L’evoluzione della leadership (parte III)

Un leader è migliore quando la gente sa a malapena della sua esistenza; quando la sua opera sarà compiuta, il suo obiettivo raggiunto, la gente dirà: siamo stati noi a farlo.
(Lao Tzu)

business

Nel 1999, John P. Kotter, professore emerito dell’università di Harvard  diede il primo impulso al concetto di leader positivo, definendolo come colui il cui insieme delle attitudini e comportamenti portavano i seguaci stessi a designarlo a capo del gruppo come degno di autorevolezza e guida.

Se nella leadership impositiva l’accento fondamentale era riportato sulle competenze e sul nucleo maschile del fare, in questo più recente modello, si fa strada l’importanza dell’aspetto relazionale nel contesto considerato. In situazioni di emergenza capita spesso che si vadano a distinguere leader naturali, capaci di gesti eroici e istintivamente riconosciuti dalle persone in pericolo per capacità di guida e spirito empatico.

Da Kopper sono poi scaturiti tutti i concetti di lavoro in squadra, i nuovi spazi aperti di lavoro, saggi e seminari sulla comunicazione, l’empatia ed il pensiero positivo in qualità di doti essenziali ad un manager che vuole essere leader riconosciuto.

Cosa è cambiato rispetto al modello precedente? Dal modello a nucleo essenzialmente maschile, ci si stà aprendo verso una visione più femminile del concetto di leadership. Qualità come l’ascolto e la condivisione, processi come la delega e la responsabilizzazione dei collaboratori, valori come la fiducia, l’accrescimento personale e la motivazione si fanno spazio laddove c’era un approccio esecutivo e puramente mandatario.

Anche l’ambito famigliare ha risentito di questo vento nuovo con una più equilibrata distribuzione dei compiti all’interno dell’organizzazione famigliare, una compartecipazione maschile a ruoli che prima erano prettamente femminili, un livellamento di opportunità (spesso ma non sempre), aspirazioni e competenze via via crescente man mano che sale il livello culturale e sociale della famiglia.

Il modello di leadership positivo, ovviamente risulta più “naturale” per le donne che per gli uomini in quanto si radica in caratteristiche peculiari del femminile, quali l’ascolto, l’empatia e la relazionalità.

E pur tuttavia, come spesso ho scritto in questo blog, tantissime donne nel contesto competitivo maschile, scelgono di far proprio il modello impositivo, rinnegando le loro stesse qualità, ritenendolo vincente solo perché associato ad un forte e radicato convincimento storico e culturale.

Questo significa perdere concretamente una bellissima possibilità di sviluppo organizzativo ed umanistico nei contesti lavorativi, politici, culturali e famigliari.  Ma ogni rivoluzione va costruita lentamente e con esempi di ispirazione forti ed efficaci. E forse meno di venti anni sono pochi per questo.

Continua…

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