Il senso di responsabilità

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La libertà significa responsabilità. Ecco perché molti la temono.

George Bernard Shaw

E’ proprio in questa giornata, che il telegiornale ha definito una nuova “giornata della memoria” che mi è venuta voglia di scrivere un articolo sul senso di responsabilità. 

L’8 settembre del 1943 veniva dichiarato pubblicamente, prima dagli Alleati e poi, conseguentemente, dal capo di stato italiano, generale Badoglio, l’armistizio incondizionato di Cassibile con cui l’Italia si dichiarava impotente difronte alle forze alleate, rinunciando alle ostilità. Nello stesso momento, la stessa Italia, quella monarchica si dichiarava ancora legata alla Germania “nella vita e nella morte”. Quello che è seguito a questi eventi è stata una grande confusione da parte di chi la guerra la faceva e la viveva davvero per strada, nelle trincee, con conseguenze terribili per gli italiani civili e militari (come l’eccidio della divisione Aqui a Cefalonia da parte dei tedeschi). Intanto i poteri istituzionali fuggivano per cercare di salvare le proprie teste (e possibilmente le poltrone). Era l’inizio della seconda parte della guerra, quella della resistenza partigiana.

Non è questo il contesto per un’analisi storiografica della vicenda, ma vuole essere un’occasione di riflessione sulla carenza di senso di responsabilità che purtroppo temo sia divenuta intrinseca dell’animo umano.

Il senso di responsabilità è quel valore di integrità che spinge le persone a rispondere direttamente delle proprie azioni attive o omissive. E prima ancora la capacità decisionale fatta di tutte le competenze legate alla ricerca della migliore soluzione sotto ogni aspetto, prima di tutto ed auspicabilmente, quello della giustizia. Valori, potenzialità che non sono comuni e soprattutto che non sono che di una parte piccolissima del genere umano. Troppo spesso assente, laddove servirebbe fosse.

La debolezza legata alla paura dell’errore, delle conseguenze derivanti dagli errori, a volte diventa paralizzante. E da lì ogni alibi possibile per non decidere. O, peggio ancora, un agito incoerente, per avere lo spazio ed il modo per ritrattare, per scaricare le responsabilità, per far finta di non aver agito o omesso, per tornare indietro, se si può, con una scrollata di spalle.

Sono partita dalla storia, ma tutto questo è anche il modus operandi spesso della nostra politica. L’acquitrino in cui si muovono ancora oggi le istituzioni, ma anche, a livello più quotidiano, “capi” che usano i propri collaboratori come capri espiatori dei loro errori, colleghi pavidi in contesti lavorativi sempre più competitivi, guru che vogliono insegnare la saggezza della vita buona e vivono nella paura e nella competizione, uomini e donne che scelgono scorciatoie a buon mercato, per non bagnarsi nella verità della loro vita, dei loro bisogni e dei loro limiti.

Siamo liberi di agire e di omettere. Ma credo che ogni errore nella vita porti con sè una lezione. Che ogni gesto derivi da una motivazione che ci ha spinti ad agire. Se imparassimo a conoscerci davvero, a perdonarci dei nostri limiti, a sorridere di questo mondo competitivo, rovesciando anche le convinzioni più stagnanti che contrappongono i vincenti ai perdenti,  la morale al peccato, forse saremmo anche capaci di affrontare le decisioni con lucidità. Avremmo la serenità di affrontare le conseguenze di opere ed omissioni, assumendocene le responsabilità, disponibili a tutto ed al contrario di tutto. Senza alcuna paura. Perché capiremmo che questo flusso è pura vita.

Ma per tutto questo occorre tempo, e soprattutto… occorrono buoni esempi… di quelli che facciano, poi, “buona storia”.

 

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