Tutti gli articoli di Elena Elia

in cammino

I nuovi orizzonti della leadership

La grandezza di una leadership si fonda su qualcosa di molto primitivo:

la capacità di far leva sulle emozioni.
(Daniel Goleman)

ssssss

Ho provato per un lungo periodo della mia vita a sfuggire al mondo aziendale, con un mio progetto forse utopico, ma sicuramente molto coinvolgente e, soprattutto, arricchente che mi ha consentito di crescere molto, da tanti punti di vista.

Da molti mesi a questa parte, mi sono riaffacciata alle aziende, quelle “scatole” che per tanti anni mi sono state scomode. L’ho fatto “anche” perché ho capito che non sono io quella “strana”  o “inappropriata” in quei micro-cosmi, quanto i meccanismi disfunzionali che si vengono a generare all’interno.

Da ingegnere la mia esperienza riguarda essenzialmente aziende del settore industriale e, come spesso ho detto, in questo comparto lavorativo, i ruoli e i generi sono molto spesso ben distinti e lontani. Donne all’amministrazione, al personale, nel commerciale, uomini nei ruoli operativi e quasi sempre di comando.

Insomma testosterone a fiumi nelle fabbriche delle famigerate scatole.

Io, da donna “fuori dal comune” (non in senso auto-celebrativo, ma puramente oggettivo), mi trovo a collaborare per lo più con esponenti dell’altro sesso.

Cosa che non sarebbe affatto spiacevole, se non fosse che il maschile porta con sé quei meccanismi di competizione, di primeggiamento egoico che finiscono per ammazzare gli slanci creativi, propositivi e colmi di speranza anche dell’organizzazione più ricca di potenzialità. Per fortuna ho potuto osservare che questo fenomeno è tanto più presente quanto più si sale nella scala gerarchica del “micro-cosmo”.

Una nuova sensibilità in questi ultimi anni, tuttavia, si sta facendo spazio negli ambienti di lavoro. Per la prima volta si sente parlare di “benessere nei luoghi di lavoro”. Un benessere che però non è più solo legato agli aspetti retributivi, di benefit e inquadramento. Finalmente si comincia a capire che le persone trascorrono gran parte della loro vita attiva in ufficio e, se ci stanno bene, sicuramente possono fare del bene anche all’azienda che li impiega, al di là della mera esecuzione del compito assegnatogli e per cui sono retribuiti. Ed ecco che si comincia a vedere, per il momento soprattutto intorno alle sedie di comando, coaching e mentoring fare la loro comparsa in azienda.  Giustissimo. Sicuramente sono le sedie che hanno più bisogno di aprire la loro visione e guidare il cambiamento. Credo che questo sia un primo segnale molto incoraggiante e mi auguro che sempre di più le aziende diventino attente a questi aspetti, perché sono convinta che i risultati economici possano diventare solo una conseguenza naturale di un’organizzazione che vive serenamente e costruttivamente lo scopo per cui esiste.

Ritornando a me, oggi la maggior parte del mio reddito proviene dal lavoro tecnico di ingegnere.

Ma, anche grazie al coaching, alla mia esperienza al femminile con Ricomincio da Me, nella mia professione ho smesso  di scimmiottare i comportamenti maschili. Negli anni mi sono creata un mio personale stile di leadership di tipo empatico, di ascolto, collaborazione ed autorevolezza, ritenendo i vecchi concetti di leadership autoritaria assolutamente obsoleti e destinati al ricordo dei nostri padri (per quanto disgraziatamente ancora presenti e dilaganti sui luoghi di lavoro)

Insomma incarno una leadership al femminile, conscia dell’ambiente in cui si muove, delle perplessità che semina, ma anche dei germi di profonda alternativa che lascia.

Facile? Non lo è. Soprattutto quando la mia stessa presenza in azienda per i vari direttori è quasi una curiosa sfida al famoso “senso comune”, più che una vera scelta di fiducia ed apertura mentale. Ma credo che occorra destabilizzare, smuovere emozioni, dare qualche scossa ben assestata alle granitiche certezze, se si vuole essere attori e non solo spettatori in questa vita di relazione col prossimo. Ed io molto umilmente mi pregio di volermi sentire una goccia che forse non ha dalla sua la “potenza” dei vecchi capi, ma di sicuro la costanza e la visione di cambiamento a lungo termine…

 

 

Annunci

Capodanno può essere ogni giorno

“Ogni mattino, quando mi risveglio ancora

sotto la cappa del cielo, 

sento che per me è Capodanno.”

Antonio Gramsci

31 dicembre 2017

hhhhh

Non sono mai stata una gran fanatica della festa di fine anno.

E per una napoletana, per quanto emigrata al nord 15 anni or sono, dirlo può indurre ad una seria accusa di blasfemia da parte dei miei conterranei.

Ma, ahimè, la trovo una festa triste e, qualcuno mi perdonerà, un po’ isterica. Come se in quelle poche ore, ci si volesse crogiolare in bilanci positivi o negativi dell’anno trascorso. Liste di proponimenti più o meno realistici. Riti pagani e propiziatori, allucinazioni di fuochi d’artificio, ebbrezza alcolica, fragore di risate ed auguri più o meno sinceri.

La vita è molto meno banale di così! Ed i bilanci nella nostra testa, i programmi, i bei proponimenti servono a poco. Forse giusto a darci la sensazione, mentre li facciamo, di poter guidare e scegliere per la nostra esistenza. Ma non funziona così. Per fortuna!

Mentre scrivo, sono nella “mia” isola. Chi mi conosce o ha letto il blog, sa che parlo di Fuerteventura, nelle isole Canarie.

Quanto di più primordiale conosca. Natura allo stato puro. Nessuna festa, nessun fragore, nessuna compagnia che mitighi un’eventuale sensazione di incompletezza. Nulla. Niente di niente. Solo oceano, vuoto, sabbia e la grande densità di me stessa nelle mie mani aperte.

Sono qui, a parte che per riposare e nutrirmi di bellezza, anche per dar vita ad un meraviglioso progetto editoriale che, come un figlio, ogni giorno prende sempre più forma e, perdonatemi l’immodestia tipica di ogni madre orgogliosa di suo figlio, armonia.

E così, in tutta questa introspezione, ripenso al fatto che la vita sa sorprenderci molto al di là di quello che siamo anche solo capaci di desiderare e  “programmare”. Sempre!

E sa persino educarci, incredibilmente, quando non sappiamo capire il messaggio che manda! Anche quando quei messaggi li manda una, due, tre, e molte altre volte.

Ci educa con gli strumenti più vari che mette sul nostro cammino: fatti, persone, opportunità, libri, chiacchierate casuali, oggetti ritrovati, persino canzoni o dipinti.

Per me la lezione di quest’anno è stata proprio imparare che la vita è ritmica.

Come nelle canzoni, sapete? La parte ritmata, quello che rimane in mente dopo aver ascoltato la canzone. Che ci piaccia o meno. Quel ritornello che ritorna, a volte a metterci allegria, a volte a darci noia. Ecco, la vita torna cosi come quel ritornello.

Eventi che ritornano a darci la sensazione del “refrain di un déjà vu”.

Solo il tempo è poi capace di farci capire che, se quei refrain sono tornati, è solo perché  imparassimo una lezione che tutte le volte precedenti non eravamo in grado di imparare e salissimo, finalmente, nel gradino della consapevolezza personale.
Chiamatelo destino, provvidenza, io lo chiamo solo e semplicemente ritmo della vita.

Per me quest’anno la vita ha scelto di mettermi di fronte alla comprensione profonda dell’impatto sulla mia vita della relazione tossica con narcisisti patologici.

Ho scoperto di avere un pesante fardello famigliare che andava affrontato dentro di me e risolto. Ma per farmene rendere conto la vita ha utilizzato per me altre relazioni tossiche in tutto il tempo della mia esistenza. D’amore, che poi come alcuni sapranno, con un narcisista patologico, “amore” non era, di lavoro con persone anch’esse pesantemente manipolatrici.

Le sensazioni vissute erano forti, risuonavano assordanti e devastanti dentro di me. In questo 2017 sono stata male come poche volte nella vita. Tanto di più perché arrivasse, imprescindibile, il bisogno di superare tutto ed una volta per sempre.

Ci sono stati momenti, giorni in cui sentivo che difficilmente avrei trovato la lucidità per trovare un appiglio, la volontà per aggrapparmici e la forza per rialzarmi.

La vita mi rimbalzava con lo stesso ritornello. Famigliare ma sempre più stancante. Conosciuto ma sempre più incomprensibile. Quanto più facile appariva, in quei momenti, la scelta di ricadere nei vecchi schemi reattivi, sperando che le cose si rivelassero, questa volta, irrealisticamente differenti!

Questa volta però la vita mi ha mandato anche persone speciali che mi hanno aiutato a leggere questi corsi e ricorsi in maniera nuova. E lì mi si è aperto un mondo: ho capito che la vita continuava a ripresentarmi quelle situazioni di dolore, perché le risolvessi una volta per tutte. Perché smettessero per sempre di farmi male. Perché, se non avessi fatto questo enorme lavoro su di me, avrei vissuto con metà cuore, metà speranza, metà felicità di quanto posso e devo desiderare di avere.

Il viaggio è ancora lunghissimo ma credo che, finalmente, sia la strada giusta perché la mia vita venga vissuta, una volta e per tutte, dalla migliore Elena che posso essere.

Ed è questo l’augurio che rivolgo a chi legge questo articolo: non rimanete in superficie, non smettete mai di ascoltare, anche quando farlo significa soffrire indicibilmente. Quando arriva il ritornello, ascoltatelo. Cercate di capire cosa vuole dirvi. Magari arrabbiatevi, urlate, cantatelo a squarciagola, fatevi aiutare, parlatene, ma andate in profondità. Immergetevi senza esitare e nuotate. A volte veloci e spediti, altre volte tornerete indietro impauriti, e poi si riprenderà a superare limite dopo limite. 20, 50, 100 metri. Tutti quelli che serviranno.

Io lo sto facendo. Fa male. Tantissimo. Più di quanto si possa dire. Ma so che era un guado imprescindibile. E per questo trovo ogni giorno la forza per non desistere. Nelle persone che amo, nella bellezza della natura che sa togliermi il fiato, ma soprattutto in me stessa e nella voglia di vita che, alla fine, dopotutto, non mi abbandona mai.

Così succederà anche a voi: quando lo avrete fatto, potrete riemergere ed affrontare il giorno dopo così come suggerisce Gramsci. Come un nuovo Capodanno.

Servono ancora gli auguri di buon anno? Penso di no…

riassunto-fuochi-d-artificio-di-giorno-nel-cielo-blu-50962244

 

Le fasi dell’evoluzione individuale (terza parte)

“Dei desideri alcuni sono naturali e necessari, altri naturali e non necessari, altri né naturali né necessari, ma nati solo da vana opinione.
(Epicuro)”

desideri_a

Le credenze creano schemi comportamentali ripetitivi che condizionano la nostra vita in maniera profondissima. Difficile probabilmente, da soli, senza il supporto di un esperto, vedere le credenze perché si danno come assunti acquisiti, permeanti come un’intrinseca verità ogni parte di noi stessi.

Più facile riconoscere gli schemi non come causa, ma per gli effetti che essi producono.

“incontro sempre partner sbagliati, aggressivi, con poca iniziativa o….”

“mi trovo spesso nelle stesse situazioni di lavoro!”

“mi trovo sempre a discutere con gli altri per le stesse cose” 

Ecco questo sarà probabilmente effetto degli schemi ripetuti.

Stoppare questa ripetizione è possibile.

A livello consapevole andando a capire quali sono le credenze e razionalizzando come hanno influenzato le nostre vite.

Emotivamente riconoscendo le emozioni che ci suscitano e imparando ad ascoltarle nel profondo.

Solo comprendendo e dando ascolto a chi siamo nel profondo possiamo scardinare quegli schemi, interrompere il circolo vizioso degli schemi ripetitivi ed evolvere.

E quando questo accadrà noi saremo persone evolute. Attireremo situazioni nuove e reagiremo diversamente a situazioni vecchie. Sorprendendoci di noi stessi!

In quel momento non accetteremo più quello che non ci fa stare bene. Saremo infatti, capaci di proteggere noi stessi dagli eventi dolorosi, dalle persone sbagliate per noi ma, soprattutto dalla reiterazione di schemi dannosi.

Non ci accontenteremo più delle briciole e saremo capaci di osare.

Anche nel desiderare occorre essere evoluti per desiderare il vero bene per le nostre vite. Siamo infatti spugne capaci di assorbire litri di luoghi comuni, giudizi altrui, bisogni indotti o anche più banalmente aspettative degli altri per noi

Ma occorre sapere evitare quanto di dannoso e pericoloso alla nostra felicità e per farlo, l’unico modo possibile che vedo è ascoltarci nel profondo. Cogliere l’intuizione che ci guida ed assecondare quell’istinto alla felicità che naturalmente è dentro di noi! 

 

 

Le fasi dell’evoluzione individuale (seconda parte)

Come le preghiere degli uomini sono una malattia della volontà, così le loro credenze sono una malattia dell’intelletto
Ralph Waldo Emerson

dddd

Tutti lo avvertono, pochi hanno veramente capito che i compensativi non sono soluzioni reali e che occorre agire con qualcosa di più profondo e strutturale nella propria esistenza per evolvere dai propri blocchi interiori.
Facile andare ad attribuire la responsabilità dei nostri dolori ad altre persone, situazioni o, qualche volta, persino al fato che ci è sfavorevole.
Abbiamo il partner sbagliato che non ci capisce, un lavoro che non corrisponde alle nostre aspettative o ai nostri meriti, una situazione relazionale complicata, aspirazioni di benessere economico irrealizzabili. E tutto ci sembra così oggettivo, così esterno a noi e, soprattutto, così immodificabile da noi!
Eppure sbagliamo. E solo quando saremo disposti a capire perché, avremo fatto un piccolo passo avanti. Finché lo negheremo continueremo ad avvizzire nel microclima stagnante delle nostre convinzioni limitanti.
Quanto tempo ed energia sprechiamo cercando di cambiare il partner per adattarlo a quello che pensiamo esser il partner che ci renderebbe felice. Adattarci al lavoro che non ci piace, sperando che prima o poi comincerà ad appassionarci. Rimanendo fissi, fermi, immutabili e incontestabili (da noi stessi e da chi ci è vicino) ed attendendo (con infinita frustrazione) che le condizioni fuori diventino differenti e più gradevoli o, quanto meno, accettabili.
In questo modo il malessere affonda le radici nel terreno, sempre più a fondo rendendoci totalmente bloccati. Sempre più fermi, sempre più frustrati e sempre in attesa che il cambiamento arrivi, perdiamo tempo e quindi vita.
Dunque il primo passo reale e concreto da fare per evolvere è…

Cambiare la prospettiva!

Se vogliamo evolvere dobbiamo mettere noi stessi al centro di tutta la nostra vita, delle scelte che facciamo e sentirci responsabili (attenzione, responsabili, non colpevoli!) di quanto viviamo, nel bene e nel male.
Può sembrare banale e scontato, ma assolutamente non lo è!
Spostiamo il focus rivolgendolo da fuori a dentro. Mettiamoci di fronte ad uno specchio: lì troveremo l’unica persona in grado di cambiare radicalmente tutto, anche da un momento all’altro.
Ma come fare concretamente?

La mia esperienza mi dice che ci sono passi che sono fattibili da soli, altri che vanno supportati dall’esterno con l’aiuto di specialisti validi e seri, psicoterapeuti o life coach. Ma andiamo a vedere di che passi parliamo:

I nostri comportamenti vengono indotti dalle nostre credenze. Ci sono equazioni che condizionano incredibilmente le nostre vite e le scelte che facciamo ogni giorno. Non hanno nulla a che vedere con la matematica, ma solo con il tessuto educazionale, il contesto sociale, le persone che ci hanno più o meno amati da piccoli, le ferite subite quando nemmeno più ricordiamo ed eravamo più vulnerabili. Ma appartengono anche alla sfera morale ed ai valori con cui siamo cresciuti. Quelle verità che riteniamo assolutamente indiscutibili perché appartengono così visceralmente ai più profondi abissi del nostro essere.
Sto parlando dell’alfabeto con cui la nostra emotività si esprime. L’unico che il nostro cuore crede di conoscere e che ritiene impossibile da mettere in discussione.
Analizzare quali sono queste credenze e come hanno influenzato le nostre esistenze è un passo fondamentale per conoscere noi stessi e guardarci allo specchio con assoluta sincerità. Siamo capaci di farlo da soli?
Continua…

Le fasi dell’evoluzione individuale (prima parte)

“L’evoluzione è molto più importante che il vivere. 
ERNST JÙNGER

 

Il nuovo business del terzo millennio che stà invadendo “le società evolute occidentali” è diventato appunto “business”, laddove era solo approccio culturale alla vita in oriente. 

“Occidentali’s karma” docet. 

Ma proviamo a capire cosa significhi concretamente fare un percorso di crescita personale e quali sono le fasi che vengono più comunemente attraversate. 

Viviamo immersi nel bisogno. C’è chi come Maslow ha creato una “gerarchia dei bisogni” molte decine di anni fa. 

Ma cosa spinge allo sforzo per soddisfare quei bisogni, il sintomo che induce la tensione al soddisfacimento del bisogno? 

Sui bisogni primari la risposta è semplice: abbiamo fame e sete, dunque ci “attiviamo” per procurarci cibo ed acqua. Dobbiamo proteggerci e dunque ci “attiviamo” per avere un tetto sotto cui vivere. 

Ma  nella crescita personale, cima della piramide maslowiana, qual è il “sintomo” che induce lo sforzo atto a soddisfarlo? 

Spesso non si conoscono nemmeno alla lontana i concetti di crescita ed evoluzione personale per l’ambiente sociale frequentato, per temperamento personale, per l’urgenza di bisogni più basilari da soddisfare. Difficilmente si “avverte” il semplice e diretto sintomo legato al bisogno di realizzarsi. 

Ma quasi sempre si avverte un disagio personale. 

A volte legato a fatti contingenti che accadono nella vita: la fine di una relazione, un lutto, una malattia, difficoltà relazionali con parenti o amici, difficoltà economiche e via dicendo. 

Altre volte legato ad un generico malessere psico-fisico, somatizzazione di un’insofferenza non ben circostanziata ma forte e tale che se trascurata, molto spesso innesca uno stato d’animo profondamente invalidante, a volte persino bloccante della propria esistenza. 

Tutto ciò attiva processi di vario genere: ascese religiose, migrazioni tra discipline mediche diverse, passando sempre più spesso per scienze olistiche fino, a volte, a lambire i mari della parapsicologia e discipline sempre più imponderabili e, a mio avviso, discutibili quali preveggenze di imbonitori di vario ordine e genere. 

Sappiamo tutto dell’istinto di sopravvivenza con il quale ci garantiamo di rispondere ai bisogni primari. Ma spesso trascuriamo che esiste anche un istinto alla felicità e piena realizzazione delle nostre vite. Tanti hanno deciso di smettere di voler sentire questo istinto per svariate motivazioni, ma il prezzo che si finisce per pagare è assai caro ed il conto, purtroppo, viene presentato poco prima di scendere da questa grande giostra della vita. 

Se “tutti” avvertono e capiscono quanto scritto, solo una parte di “tutti”arriva a capire il profondo senso di necessità ed urgenza di operare una crescita personale a fronte di tutto ciò. La maggior parte, avvertendo questo disagio, trova soluzioni palliative, temporanee più o meno gravi sulla base di quanto riescano a compensare (di solito poco) e quanto, ahimè, distruggano del resto della vita (di solito “troppo”). Ed ecco tutte le varie patologie compulsive che sempre di più vanno ad affliggere individui e distruggere famiglie: gioco d’azzardo, shopping compulsivo, disturbi dell’alimentazione, work alcoholism solo alcuni dei compensativi più noti e distruttivi. 

Ma allora quali alternative concrete sono a suggerire con questo mio nuovo articolo? 

Continua…. 

Obiettivo: MAI PIÙ FERIE!

 “Il turismo è un’industria che consiste nel trasportare delle persone che starebbero meglio a casa loro, in posti che sarebbero migliori senza di loro” 

Jean Mistler 

images

Affronto questo tema proprio a ridosso della fine di agosto, allorquando per tante persone le emozioni dolci ed amare di ferie finite avvolgono l’animo con quel soffio etereo tipico degli amori passeggeri, nati col corredo di saggia rassegnazione che tutte le perfezioni provvisorie sanno portare con sé.

Vorrei condividere, in questo articolo, le riflessioni fatte sul significato che le vacanze hanno acquistato per la maggior parte di noi: ho capito che, per quanto risulti impopolare e difficile ammetterlo, anche le vacanze sono il frutto di una manipolazione a cui non sappiamo sottrarci.

“Andiamo in vacanza, rompiamo le routine, cerchiamo affannosamente il bello pur quando istericamente condiviso, godiamo dei nostri ritmi naturali dando finalmente respiro alla mente e riposo al corpo”… che meraviglia!

Possiamo, siamo autorizzati a prenderci l’attesa ora d’aria!

E dura quanto? Una settimana, due, un mese?

Mi spiace dirlo: ma tanto più aspettiamo queste ferie, questi momenti di “vita vera”, tanto più stiamo conducendo una vita sbagliata e lontana da noi.

E non servirà aver nuotato nella bellezza, essersi spesi in cori e balletti ridicoli nei villaggi, aver vissuto vere e calde condivisioni con le persone che amiamo, o gustato cibi che normalmente non ci concederemmo, se tutto questo rimane l’elemosina che ci è concessa dopo il  sacrificio delle nostre vite all’altare del buonsenso e dei doveri che questo sistema, ma noi stessi prima ancora del “sistema”, ci imponiamo. Torneremo alla nostra vera vita sempre disorientati e con un senso di nostalgico vuoto che dovrebbe essere accolto, ascoltato e superato.

Come? Non con i consigli che i media ci propinano per alleggerire il trauma del rientro dalle ferie, ma con un lavoro serio e profondo che ci riporti a noi stessi e trasformi la nostra vita intera in un bagno di bellezza, calore, meraviglia e consapevolezza che duri dodici mesi all’anno!

Una vita profondamente vissuta, in cui ci si riconosca nell’Opus che ci dà da vivere, a fianco delle persone che scegliamo e ci scelgono solo per Amore, con quanto necessario per vivere e non per competere, non ha bisogno di ferie. Mai!

Mio caro lettore, dunque, ti auguro di non aver più bisogno di ferie nella vita!

Posso augurarti meno di questo? 🙂

Il dolore e la crescita

Il dolore più acuto è

quello di riconoscere noi stessi come

l’unica causa di tutti i nostri mali

(Sofocle)

ssss

Ho sospeso la bella abitudine che avevo preso di scrivere articoli su questo blog. E l’ho fatto per più di tre mesi. Perché, come in ogni viaggio, ho dovuto attendere ad una pausa di riflessione. Non meno forte e ricca del viaggio stesso.

Credo che la frase di Sofocle citata, renda bene il mio vissuto di questi tre mesi. Sto compiendo una profonda analisi dentro me stessa per capire quali meccanismi, quali ragioni sono state alla base delle tante delusioni che, nel tempo, hanno attraversato la mia esistenza.

Non ho un’indole vittimistica o, peggio ancora, fatalista.

Per questo lavoro su me stessa!

Credo, infatti, che tutte le risposte (quelle giuste e quelle, ahimè, sbagliate) siano dentro di noi. Occorre solo volerle vedere e prendersene la responsabilità.

In questo tempo mi è successo di vedermi sgretolare davanti agli occhi, in pochi istanti, un sogno di amore che era stato, per tantissimi anni, solo una proiezione consolatoria della mia fervida immaginazione. Ed ho dovuto fare i conti, come spesso accade, prima con tutte le recriminazioni e la rabbia del momento verso il malcapitato.

Salvo, poi, capire che siamo tutti individui incompleti, bambini spaventati che hanno relazioni con altri bambini spaventati. Individualità che si muovono sui terreni delle false credenze, di proiezioni dell’ego, di rifugi puerilmente consolatori. Arrivata a questa conclusione ho deciso di “usare” questa sofferenza per togliere le ancore e provare ad accogliere quanto la vita mi stava dicendo, mettendo prima di tutto me stessa in discussione. Un lavoro lungo e doloroso, ma assolutamente necessario che è bel lungi dall’essersi completato.

E cosi alla fine sono ritornata “a casa”. Ancora una volta a capire che se si avesse il coraggio di ricominciare da se stessi, dallo sciogliere tutti i nodi, smontare i paradigmi, sviscerare i blocchi che dentro di noi impediscono la vita vera, probabilmente si attraverserebbero prima gli acuti dolori che cita Sofocle, ma poi si comincerebbe a vivere con una luce nuova negli occhi.

Per divenire esempio… verso chi amiamo prima di tutto. Affinché ne percepiscano l’incommensurabile valore e decidano di farlo a loro volta.

Ma quanti di noi hanno il coraggio di immergersi in questo acuto dolore? Quanto più facile può essere “anestetizzarsi” e vivere la vita che “riusciamo”? Addebitare le colpe delle nostre insoddisfazioni al destino e alla fortuna, agli altri, alla società non è molto più facile? Temo di si…

“Il vetro non è rotto dal sasso

ma dal braccio esperto di un ingenuo gradasso

l’applauso per sentirsi importante

senza domandarsi per quale gente

tutte le occhiate maliziose che davi era semi sparsi al vento

qualcosa che perdevi

e m’inaridivi e m’inaridivi e m’inaridivi

non sento niente no adesso niente no

nessun dolore”

Il giudizio

La più alta espressione dell’empatia è nell’accettare e non giudicare.
(Carl Rogers)

Siamo stati educati, cresciuti e ancora oggi siamo costantemente alimentati dal concetto di giudizio. A mio parere non solo uno dei grandi mali della nostra cultura, ma anche l’infima scorciatoia educazionale dei figli nonchè il pastorale di tanta “brava gente pseudo-religiosa”.

Niente di più deleterio per la fragile mente umana di sapersi oggetto di un verdetto. In qualsiasi campo.

Bravi e cattivi. Belli e brutti. Capaci e inetti. Vincitori e perdenti….e via dicendo… E poi comportamenti giusti e convenienti rispetto ad altri disdicevoli ed amorali. Etichette su etichette….E noi li a cercare di misurarci ogni volta con un metro differente. Quello che non abbiamo stabilito noi. Ma altri da noi. Secondo le metriche più differenti, spesso incomprensibili, quasi sempre sconosciute perchè originate da interessi economici, mode, politica e “gestione sociale” a buon mercato!

Non credo al moralismo, molto poco nella politica e soprattutto credo che, a parte la matematica e la fisica, poche altre discipline possano esser considerate esatte ed oggettive,

Adoro pensare che in quanto esseri perfettibili, ci sia possibile tutto, come il contrario di tutto. La storia della mela e di Adamo ed Eva? Favoletta machista e puerile!

Ma la cosa peggiore accade quando il malefico giudizio non arriva nemmeno più da una terza parte, ma da noi stessi. Saturi di tutti i paradigmi che ci bombardano addosso, ci guardiamo con occhi estranei e decidiamo se siamo o meno meritevoli di “stima” da parte di… noi stessi!

…ed eccoci arrivati al punto; l’autostima. Concetto che ha inflazionato libri e riviste, riempie le aule di formazione e fa sognare coach e psicologi.

“Accrescere l’autostima è fondamentale per raggiungere il benessere personale”

Ma per stimare qualcosa occorre dargli un valore, decidere se l’oggetto di stima sia o meno meritevole di apprezzamento. Ecco quindi che ci auto-stimiamo se il capo ci promuove, se il nostro partner (o chi per lui) ci gratifica, se pensiamo di aver raggiunto dei traguardi “ambiti” dalla maggior parte dei presenti al banchetto sociale in cui ci cibiamo ogni giorno.

Tutto orribilmente sbagliato e fonte inestinguibile di frustrazione ed infelicità…..

Segue…

La maggioranza

Nel precedente articolo, ho fatto accenno ad alcune parole che ho voluto definire “pericolose” ed il cui senso va rivisto, talvolta anche alla luce delle nostre coscienze

Una di queste è “MAGGIORANZA”. Nei prossimi articoli andremo ad approfondire gli altri concetti che, a mio parere, sono da riguardare in maniera più critica e costruttiva.

Partirei da una bella citazione di Umberto Eco che inquadra molto bene la nuova luce da dare a questo concetto:

“In politica l’appello alla volontà popolare ha soltanto valore legale (“Ho diritto a governare perché ho ricevuto più voti”) ma non permette che da questo dato quantitativo si traggano conseguenze teoriche ed etiche

(“Ho la maggioranza dei consensi e dunque sono il migliore”).”

(Umberto Eco)

Il concetto di maggioranza prescinde completacapremente il giudizio di valore. Ha puramente un valore “matematico”. Quindi cominciamo a liberarci dal cliché che essere maggioranza significhi essere migliori. Anzi. Molto spesso la maggioranza si è macchiata delle peggiori nefandezze commesse dall’umanità e lo ha potuto fare perché ha dittatorialmente deciso per la totalità.

A partire dal delitto più sentito nella religione cristiana, sulla collina del Golgota, duemila anni fa.

Essere maggioranza significa quindi prima di tutto essere voce di tutti. E questo può avvenire solo tenendo in grande conto ed ascoltando continuamente le minoranze, rimettendosi in discussione ogni volta: questa è la vera base della democrazia.

Ed a proposito di democrazia Albert Einstein scriveva

“Sebbene io sia un democratico, ho la certezza che l’umanità non progredirebbe e degenererebbe senza una minoranza di uomini e donne onesti e socialmente impegnati, disposti a sacrificarsi per le loro convinzioni”

(Albert Einstein)

Quindi il progresso non arriva per una maggioranza che trascina il mondo nella corretta direzione, ma per una minoranza illuminata in grado di guidare la maggioranza nella vera ed autentica democrazia. Concetto espresso anche da Moore che ha contestato con il suo lavoro il sistema politico, probabilmente, più a rischio da questo punto di vista, quello americano. E che per le sue idee si è inimicato gran fette di pubblico dei suoi prodotti cinematografici.. sssssss

“La maggioranza non ha mai portato cambiamenti nel mondo. Lo ha sempre fatto una piccola minoranza.”

(Michael Moore)

Dunque forse è il caso di inorgoglirsi nell’essere minoranza, capire che l’impegno è differente e sicuramente occorre essere uomini e donne migliori, forti e di inestimabili valori etici per dare valore al sistema, soprattutto quando il potere è nelle mani della “maggioranza” a cui è richiesto, spesso, solo di essere “maggioranza”.

Ma maggioranza vuol dire anche “mercato” ed il mondo adora vederci maggioranza, perché “maggioranza” vuol dire mercato, vuol dire business, vuol dire circolazione di capitali. “GUIDARE” la maggioranza, condizionarne i bisogni, significa muovere capitali e potere.kkkkk

Ma io, tu che mi leggi, il tuo vicino di casa, non siamo “mercato”. Siamo individui, persone. Con tutte le peculiarità proprie di un’unicità. Ed è questo il valore da perseguire sopra tutti. L’individuo nella sua essenza propria diventa ingestibile e, finalmente, libero.

La più piccola minoranza al mondo è l’individuo. Chiunque neghi i diritti dell’individuo non può sostenere di essere un difensore delle minoranze.

mmmm(Ayn Rand)

Parole pericolose

ooooooo
Nella nostra cultura “progredita” e “tesa al futuro”, a mio parere, ci sono alcuni concetti che vanno rivalutati ed in alcuni casi ridiscussi. Parole che, a mio vedere, possono essere veri “pericoli” e minacce concrete alla felicità ed all’auto-realizzazione personale.
“Maggioranza”, “vincitore e perdente”, “competizione e giudizio”, “morale”, “successo”
ggggggMaggioranza: non significa necessariamente “democrazia”, e lo stiamo imparando con i fatti di politica estera che ci accompagnano in queste settimane (solo estera?). Già nel II secolo a.C. Polibio parlava di “olocrazia” come degradazione della democrazia, ma successivamente Alexis de Tocqueville è arrivato a coniare il concetto di “dittatura della maggioranza” per spiegare come il potere dei molti deve essere, sempre e comunque, a beneficio di tutti, altrimenti diventa comunque “dittatura”.
download
“Vincitore e perdente”: viviamo in un sistema sociale che esalta il vincitore. Che sia quello sportivo, politico, o quello cui la dea bendata ha dato il bene di una vincita economica nel gioco in TV o nella lotteria nazionale. Il vincitore è il prescelto. L’individuo che per doti, resilienza o fortuna ha raggiunto il traguardo perseguito da molti.
E poi c’è il perdente. Biasimato e compatito, a qualsiasi livello del podio egli sia, semplicemente perché non è comunque il più alto.
download-1
“Competizione e giudizio”siamo educati alla competizione ed al giudizio da piccolissimi. Piccole menti si plasmano e crescono imparando, prima fra tutti, il concetto di giudizio di valore. Una delle cose più terribili e da cui sfuggire per il resto della vita. Quel bimbo è più bravo di me e merita le lodi perché ha dato al professore la risposta che lui si aspettava di ricevere. Ci rendiamo conto di quanto sia assurdo “coltivare” le capacità analitiche dei futuri adulti su queste premesse?
mora“Morale”: credo non possa esserci morale che prescinda il benessere delle persone. In nessun credo religioso! Ed invece in nome della “morale” si sono fatte ed ancora si perpetrano giudizi, oscenità, attacchi che hanno molto più della guerra che della religione, molto più del male che del bene.
images-2“Successo”: per i più, è il conseguimento di un benessere economico “invidiabile” solo e se accompagnato dal palese riconoscimento dello stesso nei luoghi consoni.
Nei prossimi articoli proverò a dare una rilettura nuova a questi concetti… vi va di seguirmi in questo piccolo viaggio?