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Obiettivo: MAI PIÙ FERIE!

 “Il turismo è un’industria che consiste nel trasportare delle persone che starebbero meglio a casa loro, in posti che sarebbero migliori senza di loro” 

Jean Mistler 

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Affronto questo tema proprio a ridosso della fine di agosto, allorquando per tante persone le emozioni dolci ed amare di ferie finite avvolgono l’animo con quel soffio etereo tipico degli amori passeggeri, nati col corredo di saggia rassegnazione che tutte le perfezioni provvisorie sanno portare con sé.

Vorrei condividere, in questo articolo, le riflessioni fatte sul significato che le vacanze hanno acquistato per la maggior parte di noi: ho capito che, per quanto risulti impopolare e difficile ammetterlo, anche le vacanze sono il frutto di una manipolazione a cui non sappiamo sottrarci.

“Andiamo in vacanza, rompiamo le routine, cerchiamo affannosamente il bello pur quando istericamente condiviso, godiamo dei nostri ritmi naturali dando finalmente respiro alla mente e riposo al corpo”… che meraviglia!

Possiamo, siamo autorizzati a prenderci l’attesa ora d’aria!

E dura quanto? Una settimana, due, un mese?

Mi spiace dirlo: ma tanto più aspettiamo queste ferie, questi momenti di “vita vera”, tanto più stiamo conducendo una vita sbagliata e lontana da noi.

E non servirà aver nuotato nella bellezza, essersi spesi in cori e balletti ridicoli nei villaggi, aver vissuto vere e calde condivisioni con le persone che amiamo, o gustato cibi che normalmente non ci concederemmo, se tutto questo rimane l’elemosina che ci è concessa dopo il  sacrificio delle nostre vite all’altare del buonsenso e dei doveri che questo sistema, ma noi stessi prima ancora del “sistema”, ci imponiamo. Torneremo alla nostra vera vita sempre disorientati e con un senso di nostalgico vuoto che dovrebbe essere accolto, ascoltato e superato.

Come? Non con i consigli che i media ci propinano per alleggerire il trauma del rientro dalle ferie, ma con un lavoro serio e profondo che ci riporti a noi stessi e trasformi la nostra vita intera in un bagno di bellezza, calore, meraviglia e consapevolezza che duri dodici mesi all’anno!

Una vita profondamente vissuta, in cui ci si riconosca nell’Opus che ci dà da vivere, a fianco delle persone che scegliamo e ci scelgono solo per Amore, con quanto necessario per vivere e non per competere, non ha bisogno di ferie. Mai!

Mio caro lettore, dunque, ti auguro di non aver più bisogno di ferie nella vita!

Posso augurarti meno di questo? 🙂

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Il dolore e la crescita

Il dolore più acuto è

quello di riconoscere noi stessi come

l’unica causa di tutti i nostri mali

(Sofocle)

ssss

Ho sospeso la bella abitudine che avevo preso di scrivere articoli su questo blog. E l’ho fatto per più di tre mesi. Perché, come in ogni viaggio, ho dovuto attendere ad una pausa di riflessione. Non meno forte e ricca del viaggio stesso.

Credo che la frase di Sofocle citata, renda bene il mio vissuto di questi tre mesi. Sto compiendo una profonda analisi dentro me stessa per capire quali meccanismi, quali ragioni sono state alla base delle tante delusioni che, nel tempo, hanno attraversato la mia esistenza.

Non ho un’indole vittimistica o, peggio ancora, fatalista.

Per questo lavoro su me stessa!

Credo, infatti, che tutte le risposte (quelle giuste e quelle, ahimè, sbagliate) siano dentro di noi. Occorre solo volerle vedere e prendersene la responsabilità.

In questo tempo mi è successo di vedermi sgretolare davanti agli occhi, in pochi istanti, un sogno di amore che era stato, per tantissimi anni, solo una proiezione consolatoria della mia fervida immaginazione. Ed ho dovuto fare i conti, come spesso accade, prima con tutte le recriminazioni e la rabbia del momento verso il malcapitato.

Salvo, poi, capire che siamo tutti individui incompleti, bambini spaventati che hanno relazioni con altri bambini spaventati. Individualità che si muovono sui terreni delle false credenze, di proiezioni dell’ego, di rifugi puerilmente consolatori. Arrivata a questa conclusione ho deciso di “usare” questa sofferenza per togliere le ancore e provare ad accogliere quanto la vita mi stava dicendo, mettendo prima di tutto me stessa in discussione. Un lavoro lungo e doloroso, ma assolutamente necessario che è bel lungi dall’essersi completato.

E cosi alla fine sono ritornata “a casa”. Ancora una volta a capire che se si avesse il coraggio di ricominciare da se stessi, dallo sciogliere tutti i nodi, smontare i paradigmi, sviscerare i blocchi che dentro di noi impediscono la vita vera, probabilmente si attraverserebbero prima gli acuti dolori che cita Sofocle, ma poi si comincerebbe a vivere con una luce nuova negli occhi.

Per divenire esempio… verso chi amiamo prima di tutto. Affinché ne percepiscano l’incommensurabile valore e decidano di farlo a loro volta.

Ma quanti di noi hanno il coraggio di immergersi in questo acuto dolore? Quanto più facile può essere “anestetizzarsi” e vivere la vita che “riusciamo”? Addebitare le colpe delle nostre insoddisfazioni al destino e alla fortuna, agli altri, alla società non è molto più facile? Temo di si…

“Il vetro non è rotto dal sasso

ma dal braccio esperto di un ingenuo gradasso

l’applauso per sentirsi importante

senza domandarsi per quale gente

tutte le occhiate maliziose che davi era semi sparsi al vento

qualcosa che perdevi

e m’inaridivi e m’inaridivi e m’inaridivi

non sento niente no adesso niente no

nessun dolore”

Il giudizio

La più alta espressione dell’empatia è nell’accettare e non giudicare.
(Carl Rogers)

Siamo stati educati, cresciuti e ancora oggi siamo costantemente alimentati dal concetto di giudizio. A mio parere non solo uno dei grandi mali della nostra cultura, ma anche l’infima scorciatoia educazionale dei figli nonchè il pastorale di tanta “brava gente pseudo-religiosa”.

Niente di più deleterio per la fragile mente umana di sapersi oggetto di un verdetto. In qualsiasi campo.

Bravi e cattivi. Belli e brutti. Capaci e inetti. Vincitori e perdenti….e via dicendo… E poi comportamenti giusti e convenienti rispetto ad altri disdicevoli ed amorali. Etichette su etichette….E noi li a cercare di misurarci ogni volta con un metro differente. Quello che non abbiamo stabilito noi. Ma altri da noi. Secondo le metriche più differenti, spesso incomprensibili, quasi sempre sconosciute perchè originate da interessi economici, mode, politica e “gestione sociale” a buon mercato!

Non credo al moralismo, molto poco nella politica e soprattutto credo che, a parte la matematica e la fisica, poche altre discipline possano esser considerate esatte ed oggettive,

Adoro pensare che in quanto esseri perfettibili, ci sia possibile tutto, come il contrario di tutto. La storia della mela e di Adamo ed Eva? Favoletta machista e puerile!

Ma la cosa peggiore accade quando il malefico giudizio non arriva nemmeno più da una terza parte, ma da noi stessi. Saturi di tutti i paradigmi che ci bombardano addosso, ci guardiamo con occhi estranei e decidiamo se siamo o meno meritevoli di “stima” da parte di… noi stessi!

…ed eccoci arrivati al punto; l’autostima. Concetto che ha inflazionato libri e riviste, riempie le aule di formazione e fa sognare coach e psicologi.

“Accrescere l’autostima è fondamentale per raggiungere il benessere personale”

Ma per stimare qualcosa occorre dargli un valore, decidere se l’oggetto di stima sia o meno meritevole di apprezzamento. Ecco quindi che ci auto-stimiamo se il capo ci promuove, se il nostro partner (o chi per lui) ci gratifica, se pensiamo di aver raggiunto dei traguardi “ambiti” dalla maggior parte dei presenti al banchetto sociale in cui ci cibiamo ogni giorno.

Tutto orribilmente sbagliato e fonte inestinguibile di frustrazione ed infelicità…..

Segue…

La maggioranza

Nel precedente articolo, ho fatto accenno ad alcune parole che ho voluto definire “pericolose” ed il cui senso va rivisto, talvolta anche alla luce delle nostre coscienze

Una di queste è “MAGGIORANZA”. Nei prossimi articoli andremo ad approfondire gli altri concetti che, a mio parere, sono da riguardare in maniera più critica e costruttiva.

Partirei da una bella citazione di Umberto Eco che inquadra molto bene la nuova luce da dare a questo concetto:

“In politica l’appello alla volontà popolare ha soltanto valore legale (“Ho diritto a governare perché ho ricevuto più voti”) ma non permette che da questo dato quantitativo si traggano conseguenze teoriche ed etiche

(“Ho la maggioranza dei consensi e dunque sono il migliore”).”

(Umberto Eco)

Il concetto di maggioranza prescinde completacapremente il giudizio di valore. Ha puramente un valore “matematico”. Quindi cominciamo a liberarci dal cliché che essere maggioranza significhi essere migliori. Anzi. Molto spesso la maggioranza si è macchiata delle peggiori nefandezze commesse dall’umanità e lo ha potuto fare perché ha dittatorialmente deciso per la totalità.

A partire dal delitto più sentito nella religione cristiana, sulla collina del Golgota, duemila anni fa.

Essere maggioranza significa quindi prima di tutto essere voce di tutti. E questo può avvenire solo tenendo in grande conto ed ascoltando continuamente le minoranze, rimettendosi in discussione ogni volta: questa è la vera base della democrazia.

Ed a proposito di democrazia Albert Einstein scriveva

“Sebbene io sia un democratico, ho la certezza che l’umanità non progredirebbe e degenererebbe senza una minoranza di uomini e donne onesti e socialmente impegnati, disposti a sacrificarsi per le loro convinzioni”

(Albert Einstein)

Quindi il progresso non arriva per una maggioranza che trascina il mondo nella corretta direzione, ma per una minoranza illuminata in grado di guidare la maggioranza nella vera ed autentica democrazia. Concetto espresso anche da Moore che ha contestato con il suo lavoro il sistema politico, probabilmente, più a rischio da questo punto di vista, quello americano. E che per le sue idee si è inimicato gran fette di pubblico dei suoi prodotti cinematografici.. sssssss

“La maggioranza non ha mai portato cambiamenti nel mondo. Lo ha sempre fatto una piccola minoranza.”

(Michael Moore)

Dunque forse è il caso di inorgoglirsi nell’essere minoranza, capire che l’impegno è differente e sicuramente occorre essere uomini e donne migliori, forti e di inestimabili valori etici per dare valore al sistema, soprattutto quando il potere è nelle mani della “maggioranza” a cui è richiesto, spesso, solo di essere “maggioranza”.

Ma maggioranza vuol dire anche “mercato” ed il mondo adora vederci maggioranza, perché “maggioranza” vuol dire mercato, vuol dire business, vuol dire circolazione di capitali. “GUIDARE” la maggioranza, condizionarne i bisogni, significa muovere capitali e potere.kkkkk

Ma io, tu che mi leggi, il tuo vicino di casa, non siamo “mercato”. Siamo individui, persone. Con tutte le peculiarità proprie di un’unicità. Ed è questo il valore da perseguire sopra tutti. L’individuo nella sua essenza propria diventa ingestibile e, finalmente, libero.

La più piccola minoranza al mondo è l’individuo. Chiunque neghi i diritti dell’individuo non può sostenere di essere un difensore delle minoranze.

mmmm(Ayn Rand)

Parole pericolose

ooooooo
Nella nostra cultura “progredita” e “tesa al futuro”, a mio parere, ci sono alcuni concetti che vanno rivalutati ed in alcuni casi ridiscussi. Parole che, a mio vedere, possono essere veri “pericoli” e minacce concrete alla felicità ed all’auto-realizzazione personale.
“Maggioranza”, “vincitore e perdente”, “competizione e giudizio”, “morale”, “successo”
ggggggMaggioranza: non significa necessariamente “democrazia”, e lo stiamo imparando con i fatti di politica estera che ci accompagnano in queste settimane (solo estera?). Già nel II secolo a.C. Polibio parlava di “olocrazia” come degradazione della democrazia, ma successivamente Alexis de Tocqueville è arrivato a coniare il concetto di “dittatura della maggioranza” per spiegare come il potere dei molti deve essere, sempre e comunque, a beneficio di tutti, altrimenti diventa comunque “dittatura”.
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“Vincitore e perdente”: viviamo in un sistema sociale che esalta il vincitore. Che sia quello sportivo, politico, o quello cui la dea bendata ha dato il bene di una vincita economica nel gioco in TV o nella lotteria nazionale. Il vincitore è il prescelto. L’individuo che per doti, resilienza o fortuna ha raggiunto il traguardo perseguito da molti.
E poi c’è il perdente. Biasimato e compatito, a qualsiasi livello del podio egli sia, semplicemente perché non è comunque il più alto.
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“Competizione e giudizio”siamo educati alla competizione ed al giudizio da piccolissimi. Piccole menti si plasmano e crescono imparando, prima fra tutti, il concetto di giudizio di valore. Una delle cose più terribili e da cui sfuggire per il resto della vita. Quel bimbo è più bravo di me e merita le lodi perché ha dato al professore la risposta che lui si aspettava di ricevere. Ci rendiamo conto di quanto sia assurdo “coltivare” le capacità analitiche dei futuri adulti su queste premesse?
mora“Morale”: credo non possa esserci morale che prescinda il benessere delle persone. In nessun credo religioso! Ed invece in nome della “morale” si sono fatte ed ancora si perpetrano giudizi, oscenità, attacchi che hanno molto più della guerra che della religione, molto più del male che del bene.
images-2“Successo”: per i più, è il conseguimento di un benessere economico “invidiabile” solo e se accompagnato dal palese riconoscimento dello stesso nei luoghi consoni.
Nei prossimi articoli proverò a dare una rilettura nuova a questi concetti… vi va di seguirmi in questo piccolo viaggio?

Le cose che ho capito

I due giorni più importanti della vita sono quello in cui sei nato e quello in cui capisci perché.
(Mark Twain)

aaaaa

Accetto di aver capito molte delle cose importanti di me stessa e della vita.

Mi chiedo che punto é questo, esattamente ? Ci sono persone che raggiungono questo traguardo dopo aver speso la maggior parte del «loro » tempo ed altre, più fortunate, che ci arrivano molto presto, perché hanno la fortuna di provenire da famiglie liberali, aperte ed illuminate.

Io ci sono arrivata ora, e questo importa.

Si cammina in un sentiero la cui lunghezza e bellezza non ci é dato di conoscere. Man mano che si avanza l’emozione della scoperta riempie ogni angolo del nostro animo. Dalle piccole cose, via via alle esperienze piu totalizzanti ed, auspicabilmente , costruttive della vita. A volte si inciampa, o si sceglie di fermarsi ed attendere, o non attendere e semplicemente godersi la pausa ; o si corre e si cerca di superare il « qui ed ora », bramosi del « là e domani ».

Ed i confini del nostro sentiero sono spesso definiti da quanto di pre-fabbricato ci é stato costruito attorno, ma piu spesso da quello a cui abbiamo scelto di credere.

Io ho camminato per un po’ nel « vicolo stretto »,cccccccc

fingendo di starci comoda, ma poi ho scelto di allargare quanto più possibile i confini di questo sentiero, dandomi tante possibilità e, con esse, tante vite diverse. Ho rinunciato al conforto dell’abitudinario , del sicuro, per sperimentare e crescere nell’esperienza. E mi sono dotata di tutti gli strumenti che potessero aiutarmi a questo scopo : parlare altre lingue, coltivare la curiosità del nuovo e l’inquietudine, dopo una pausa che si é fatta troppo lunga, che mi dà la forza di tendere la gamba e fare il primo passo per l’altrove.

E poi ho capito che le persone che ci accompagnano sul sentiero, vanno scelte. Anche li : massima libertà!

Ho capito che, anche se alla nascita ognuno di noi viene calato in un contesto famigliare coatto, con l’età adulta si puo godere della scelta delle persone che ci « possono » stare vicine. Ed avere altre sorelle e fratelli, cugini, zii e nonni. Diversi perché li scegliamo, amandoli comunque come parte di noi stessi. Perché con la stessa scelta di libertà, possiamo allontanare chi non aggiunge nulla, ma a volte toglie alla nostra vita. Col giudizio, l’invadenza , l’ignoranza, la stupidità, la mediocrità o semplicemente valori e codici diversi dai nostri.

Amando anche la solitudine ed il silenzio, come la migliore medicina per risanare ansie, paure e per recuperare energie.

E che dentro di noi , dentro ognuno di noi esiste un piccolo nucleo,

nuclfatto di un’essenza speciale ed assolutamente unica : le nostre eccellenze, le passioni , i pensieri belli e brutti che ci corrispondono più intimamente . Occorre avere il coraggio di accettare questo nucleo ; e conoscerlo ; ed amarlo nella sua unicità . Perché il grande valore di questo nocciolo é dato dal fatto che non vuole giudizio, che prescinde dagli altri e dalle loro regole, prescinde dalle condizioni oggettive in cui siamo immersi per scelta nostra o altrui.

Ed ho capito che lo scopo di ognuno di noi é quello di estendere questo nucleo. Come un big bang! Costruire la vita intorno “a nostra imagine e somiglianza”. Circondarci di cose che raccontino di noi. Scegliere il luogo dove tornare, che sia in piena risonanza con il nostro essere . Amare, riamati le persone che sappiano leggerci e che amiamo leggere, senza sforzo e solo per il desiderio di farlo .

Quando si arriva a questa consapevolezza, si ha un buon punto di partenza.

Il passo successivo é poi capire la direzione in cui andare. Spesso lasciarsi portare dal flusso, senza necessariamente fare qualcosa. O, come mi piace spesso dire, prendendo noi stessi, quasi con la forza e portandoci lontani da situazioni che ci fanno male. Ma sempre preservandoci, come si farebbe col figlio più amato.

Tutto molto semplice. Il resto: le difficoltà che affrontiamo, le persone che ci condizionano, le paure che ci tengono svegli, le costruiamo noi e ci zavorrano impedendoci di essere veramente chi siamo .

Invece, quando viviamo perseguendo queste verità : le persone arrivano, i desideri si realizzano, le occasioni non mancano e, credo, nemmeno la malattia ci tocca.

Ne ho fatto il mio mantra e la mia vita racconta di questo.

Il motore del sè

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Mi guardo intorno, vedo tante persone che vivono la loro vita, si relazionano, agiscono, sperano, scelgono, pensano e mi chiedo: qual è il motore di tutto questo?

Intendo dire: cosa alimenta il motore delle persone.

Ho spesso sentito dire che i motori possono essere solo due: l’amore o la paura. Ma devo dire che non sono d’accordo.

Ci ho riflettuto e Vi sottopongo questa ipotesi: se a muovere gli individui ad agire fosse solo il bisogno di riconoscere se stessi al di fuori di sé?

Al di là dei bisogni primari, forse c’è la necessità di specchiarci negli altri, soprattutto nelle persone che stimiamo ed amiamo. Lo facciamo infatti, spesso, nelle relazioni con il partner, amici, parenti, genitori, figli. Sentiamo il desiderio di essere imprescindibili, di avere da loro attestazioni di affetto e stima. Ci animiamo quando ci sentiamo cercati, voluti. Se ci interpellano per un consiglio, se ci invitano e cercano la nostra compagnia, ancor di più se ci attestano la loro considerazione ed il loro amore.

E così nel lavoro.

Gli uomini, forse ancor più delle donne, arrivano ad identificarsi totalmente nella loro professione, anche quando questa  non corrisponde esattamente ad una passione, ma costituisce semplicemente un modo per avere introiti economici e vivere. E da qui discendono le frustrazioni di ambizioni frenate, l’attesa del giudizio de capo, la ricerca della benevolenza del cliente, l’attestazione dell’imprescindibilità della nostra presenza. E con essi le competizioni, i malumori, le ansie e tanti dei mali che ci affliggono e ci tormentano.

E nei figli.

Nei figli amiamo intercettare, leggere qualcosa di noi. Sono la più naturale e realizzata prosecuzione del nostro essere e, come tali, devono rivelarsi. Amando ciò che amiamo, con l’indole che ci appartiene ed i punti di forza che ci riconoscono tutti.

E nelle cose.

In oggetti di cui desideriamo circondarci. Vogliamo che l’auto che guidiamo racconti chi siamo. Uomini di successo o donne di classe. Gli abiti che indossiamo. I gioielli che portiamo. A volte, più pateticamente, i luoghi che frequentiamo ed i partner cui ci accompagniamo. Ovviamente inutile dire che tutto ciò è sfruttato possentemente dai media che ci  sanno suggerire le forme più facili e convenienti affinché l’immagine che vediamo nello specchio, sia la più “invidiabile” possibile.

Nessuna scelta profonda ed in completa armonia col nostro essere. Ma la cieca volontà di riconoscersi fuori da sé, secondo il giudizio “universalmente condiviso” di valido, vincente, forte e bello.

E facendo così… abbiamo finito per non riuscire nemmeno più a capire ed ascoltare cosa desiderare, chi volere accanto, cosa fare nella vita e persino chi amare e come amare.

E se fosse così? Cosa significherebbe? Quali conseguenze comporterebbe?

Aspetto opinioni e suggerimenti nei commenti qui sotto!

Le mie personali risposte nei prossimi articoli!

 

 

 

EGO

So che la mia nascita è un caso, un incidente risibile, eppure, appena mi lascio andare, mi comporto come se fosse un evento capitale, indispensabile al funzionamento e all’equilibrio del mondo.
(EM Cioran)

ego

Qualche vita fa bazzicavo di chimica e lì si usava spesso il metodo delle cartine al tornasole per valutare il grado di acidità/alcalinità (altrimenti detto ph) di una soluzione.

Reminescenze di qualche vita fà.

Ma in questi ultimi giorni ho saggiato con una cartina al tornasole il grado di evoluzione della mia anima, del mio centro. Non sempre si ha l’opportunità di farlo nella vita, così ci si aggrappa spesso ad una presunta evoluzione sperando non venga smentita dai fatti che seguono.

Invece ultimamente ho scelto di rimettermi in uno dei vecchi e pericolosi contesti lavorativi, anche per vedere cosa sarebbe successo…

Ed ho capito che qualche passettino, seppur piccolo, alla fine l’ho fatto. L’ho capito quando mi sono resa conto di riuscire, seppur sforzandomi, a non guardare alle cose sotto la lente del mio vissuto e delle mie paure. Arrivando quasi presuntuosamente a prevedere gli sviluppi futuri di situazioni note come già vissute.

Le realtà, le relazioni umane, gli eventi sono tanti e vari. Il nostro EGO cerca di proteggerci e ci riempie la testa di sovrastrutture che ci impediscono di affacciarci alle cose con freschezza, senza ansie ma con l’oggettiva e distaccata lettura dei fatti.

Una volta questo mi era impossibile. Ogni evento finiva per riportarsi a me o, ahimè, spesso contro di me. Oggi invece so che posso scegliere. Che posso decidere di offrire quanto sono ed ho, oppure non farlo. E sono consapevole dei limiti di cui sono dotata come essere umano.

Decido quindi di stabilire i limiti del gioco. Posso accettare situazioni che mi danno benefici e rifiutare quelle che mi creano disagio.

L’evoluzione avvenuta stà nell’aver capito che non ho più niente da dimostrare a nessuno. Nè a me, nè a nessun altro. E questa è una grandissima evoluzione. La vera emancipazione della coscienza. Prescindere dal giudizio altrui e scegliere.

Cosa può esserci di più formidabile?

Le relazioni di valore

“Meglio andare più lontano con qualcuno, che da nessuna parte con tutti”

Pierre Bourgault

relazioni

Uno dei più bei regali che mi sono concessa in questi ultimi anni è stato affinare e scegliere con sempre maggiore cura le persone che, accompagnandomi, aggiungevano colore, calore e valore alla mia vita riuscendo a farmi crescere ogni giorno un po’.

Condizionamento fondante dei miei primi quarant’anni, infatti, era stato forzarmi di “adattarmi” a chi, per poco o per tanto, percorreva della strada con me. Da giovani si è così: un po’ fatalisti ed inconsapevoli di se stessi e dei propri desideri.

Colleghi, conoscenti, parenti, a volte amici e persino “amori” arrivavano, come passeggeri dello stesso convoglio, capitati un po’ a caso nella mia rubrica telefonica e nelle mie giornate e mi sforzavo di trovare solo dopo il loro ingresso, la chiave che mi permettesse di costruire con loro un rapporto empatico, anche quando questo era difficile perché basato sul niente, se non la circostanza coatta del viaggiare un po’ fisicamente vicini.

La vecchiaia (o maturità che dir si voglia) mi ha, invece, insegnato il “lusso” di attirare “anime belle” nella mia vita. Di sceglierle col cuore. Di frequentare chi vibra con me, chi sa capirmi con uno sguardo, chi sente il mio dolore e gioisce della mia gioia. Felice di esser “sentita” esattamente allo stesso modo nella loro vita. Senza adattamenti o forzature di sorta. Oggi scelgo relazioni umane che sanno alimentarsi anche nel silenzio, anche nell’assenza di settimane e nella lontananza fisica. Che semplicemente “sono”. Niente più del calore e della complicità di un affetto sincero e disinteressato può dare valore alla vita!

E niente più di una relazione ipocrita e fasulla può toglierne. Questa è una delle vette di verità che sono riuscita a raggiungere a prezzo di grandi sofferenze e delusioni. Ma se c’è bellezza ed armonia nella libertà, è nella facoltà di scegliere di cosa alimentarla. Ed io voglio alimentarla anche di relazioni di valore.

Così oggi adoro “scegliere” con grande perizia i miei compagni di viaggio. Persone speciali per me, capaci di compassione, comprensione, empatia, scevre da giudizi e falsità, cuori che sono humus di comunicazioni arricchenti e vibranti per loro e per me. Accompagnando gentilmente alla porta del vagone chi strumentalizza i suoi rapporti personali, chi li sottomette al suo ego e alla sua vanità, chi non sa alimentare se stesso nella relazione con gli altri, se non per fini utilitaristici, assorbendo le altrui energie con la lamentazione, la negatività, i giudizi e le paure.

Mi è capitato anche con persone che hanno accompagnato percorsi di spensierata gioventù  di accorgermi che non hanno fatto gli stessi percorsi e che oggi le nostre strade non si incontrano e non sono più in armonia. Capita… fà parte della vita! Nessun giudizio, ma una serena scelta di lontananza scaturita dalla divergenza di cuore e di testa.

Perchè la nostra essenza di oggi si specchia in chi ci accompagna.

Quindi se vogliamo esser persone evolute e in evoluzione continua, accompagniamoci ad anime pulite, leggere e libere come vogliamo esser noi. Altrimenti finiremo per zavorrarci ed allontanarci dalla nostra essenza più profonda, leggera e in armonia col mondo.

 

Il senso di responsabilità

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La libertà significa responsabilità. Ecco perché molti la temono.

George Bernard Shaw

E’ proprio in questa giornata, che il telegiornale ha definito una nuova “giornata della memoria” che mi è venuta voglia di scrivere un articolo sul senso di responsabilità. 

L’8 settembre del 1943 veniva dichiarato pubblicamente, prima dagli Alleati e poi, conseguentemente, dal capo di stato italiano, generale Badoglio, l’armistizio incondizionato di Cassibile con cui l’Italia si dichiarava impotente difronte alle forze alleate, rinunciando alle ostilità. Nello stesso momento, la stessa Italia, quella monarchica si dichiarava ancora legata alla Germania “nella vita e nella morte”. Quello che è seguito a questi eventi è stata una grande confusione da parte di chi la guerra la faceva e la viveva davvero per strada, nelle trincee, con conseguenze terribili per gli italiani civili e militari (come l’eccidio della divisione Aqui a Cefalonia da parte dei tedeschi). Intanto i poteri istituzionali fuggivano per cercare di salvare le proprie teste (e possibilmente le poltrone). Era l’inizio della seconda parte della guerra, quella della resistenza partigiana.

Non è questo il contesto per un’analisi storiografica della vicenda, ma vuole essere un’occasione di riflessione sulla carenza di senso di responsabilità che purtroppo temo sia divenuta intrinseca dell’animo umano.

Il senso di responsabilità è quel valore di integrità che spinge le persone a rispondere direttamente delle proprie azioni attive o omissive. E prima ancora la capacità decisionale fatta di tutte le competenze legate alla ricerca della migliore soluzione sotto ogni aspetto, prima di tutto ed auspicabilmente, quello della giustizia. Valori, potenzialità che non sono comuni e soprattutto che non sono che di una parte piccolissima del genere umano. Troppo spesso assente, laddove servirebbe fosse.

La debolezza legata alla paura dell’errore, delle conseguenze derivanti dagli errori, a volte diventa paralizzante. E da lì ogni alibi possibile per non decidere. O, peggio ancora, un agito incoerente, per avere lo spazio ed il modo per ritrattare, per scaricare le responsabilità, per far finta di non aver agito o omesso, per tornare indietro, se si può, con una scrollata di spalle.

Sono partita dalla storia, ma tutto questo è anche il modus operandi spesso della nostra politica. L’acquitrino in cui si muovono ancora oggi le istituzioni, ma anche, a livello più quotidiano, “capi” che usano i propri collaboratori come capri espiatori dei loro errori, colleghi pavidi in contesti lavorativi sempre più competitivi, guru che vogliono insegnare la saggezza della vita buona e vivono nella paura e nella competizione, uomini e donne che scelgono scorciatoie a buon mercato, per non bagnarsi nella verità della loro vita, dei loro bisogni e dei loro limiti.

Siamo liberi di agire e di omettere. Ma credo che ogni errore nella vita porti con sè una lezione. Che ogni gesto derivi da una motivazione che ci ha spinti ad agire. Se imparassimo a conoscerci davvero, a perdonarci dei nostri limiti, a sorridere di questo mondo competitivo, rovesciando anche le convinzioni più stagnanti che contrappongono i vincenti ai perdenti,  la morale al peccato, forse saremmo anche capaci di affrontare le decisioni con lucidità. Avremmo la serenità di affrontare le conseguenze di opere ed omissioni, assumendocene le responsabilità, disponibili a tutto ed al contrario di tutto. Senza alcuna paura. Perché capiremmo che questo flusso è pura vita.

Ma per tutto questo occorre tempo, e soprattutto… occorrono buoni esempi… di quelli che facciano, poi, “buona storia”.