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Un’altra vacanza, un’altra Calabria

“la Calabria è una bella donna mal vestita. Ma se la guardi nel profondo, scopri, vedi e senti la sua bellezza”

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La mia famiglia ha scelto per quasi 20 anni la Calabria come meta delle vacanze estive. Ma come spesso ho scritto in questo blog, occorrono spesso altri occhi per vedere quello che, probabilmente, c’è sempre stato intorno.

Quest’anno, così, dopo parecchi anni che ci mancavo, ho trascorso le mie vacanze in una modalità nuova e, forse anche per questo, con uno sguardo più curioso e attento. Quello che ne è emerso ha avuto il potere di sorprendermi.

Un camper, un’amica meravigliosa, ma in un’amicizia poco consolidata, un itinerario da definire strada facendo attraverso luoghi della memoria e scenari nuovi e da scoprire, un’altra amica che, forse, si sarebbe unita in corso di viaggio. Unito a tutto questo, i preconcetti con cui (da nordica acquisita, ahimè) avevo finito per guardare al sud più sud di Italia che c’è: un posto poco ospitale, talvolta pericoloso, poco incline al turismo e sicuramente poco ospitale. Lo ammetto… sono partita con questa zavorra nel cuore e nella testa. Ma con la voglia, nel contempo, di liberarmene!

Cosa abbiamo trovato?

Un’accoglienza ed una disponibilità delle persone del posto assolutamente uniche, palesata da gesti semplici, ma evidentemente sinceri e senza attese di ritorno. Quante persone meravigliose abbiamo conosciuto! E con che solarità e generosità ci hanno fatto sentire a nostro agio o aiutate in momenti di piccola difficoltà!

E che ridere vedere le facce stupite, nei paesini più sperduti, degli uomini che guardavano prima due e poi tre donne in un camper, manovrarlo tra stradine strette e con (incredibile!) la stessa maestria che avrebbe avuto un uomo! 🙂

E poi abbiamo visto e vissuto meravigliosi confronti con giovani e meno giovani, che avevano davvero e profondamente voglia di cambiamento, di rivalsa e sapevano puntare con fiducia e competenza sulle risorse locali, sulle proprie forze e capacità, spesso “nonostante” alcune istituzioni locali che invece di promuovere ed incentivare le iniziative autonome, le ostacola con fare ottuso e poco lungimirante. Ma in queste persone c’era lo sguardo fiero di appartenere ad una terra che amano, che vorrebbero vedere tutelata e rispettata da tutti, in cui sanno quanto il singolo contributo può essere importante al raggiungimento del benessere comune e scelgono ogni giorno di rimanere.

Abbiamo girato la Calabria meno turistica. Evitato i posti più frequentati per assaporare quanto di profondamente vissuto aveva da offrire questa regione. Dagli scorci marini, ai tesori nascosti sulle pendici di colline difficilmente accessibili (soprattutto con un camper!), dal versante tirrenico dei tramonti infuocati, a quello ionico delle albe mozzafiato.

E vissuto, perla ancora più preziosa, il piacere della condivisione femminile, delle chiacchiere di crescita e confronto, delle risate a crepapelle e dei selfie ridicoli e dichiaratamente adolescenziali.

Ci sono stati momenti belli di condivisione, emozioni forti, momenti malinconici e di riflessione. Ma ci stava tutto.

Se non sono questo le vacanze… allora cosa sono?

Un grazie particolare alle mie compagne di viaggio ed amiche: Rosaria e Giulia. Oggi siamo un po’ più abbronzate e un po’ più felici! Alla prossima!

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La storia di Giovanna

 

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Giovanna voleva essere felice. Cresciuta in una famiglia protettiva, affettuosa e di buoni valori, ha nella sua gioventù conosciuto e vissuto una sana felicità famigliare di amore e condivisione.

Dopo la scuola, si immatricola all’università di Biologia. Innamorata della scienza, sogna di fare la ricercatrice per dare il suo contributo alla scienza, allenando e trasformando il suo amore per il sapere, in un talento. Studiare, approfondire argomenti scientifici, sperimentare in laboratorio, sono attività che la fanno sentire in armonia con il mondo e le fanno perdere la cognizione del tempo e dello spazio.

Ha solo 20 anni, quando si innamora di Marco, un collega universitario pieno di talento e di attenzioni per lei, si accorge di aspettare un bimbo e così si sposa, comunque serena e tanto innamorata.

Sognava di poter costruire il suo nido ispirandosi a quello in cui era cresciuta. E così, a soli 21 anni, aveva tra le braccia il piccolo Francesco, era sposata e per quanto determinata a continuare nella sua carriera universitaria, consapevole dell’enorme sforzo che questo comportava. Amici e parenti, preoccupati per i suoi affanni, le affrescano un quadro di grande serenità e gratificazione nella sua vita da mamma. Giovanna resiste e, seppur con grandi difficoltà, continua ad aggiungere esami al suo libretto universitario.

Dopo soli due anni, nascono i due splendidi gemelli, Daniele e Sara. Mancano solo 10 esami alla laurea, ma Giovanna è stremata. Fare la mamma, spendere le sue energie nel manage famigliare le dà tanto, ma la svuota completamente di ogni forza. Pensa che, in fondo, la sua mamma è vissuta così ed è stata tanto felice… così davanti agli splendi sorrisi e le manine tese dei suoi bimbi, lascia l’università e decide di voler essere una buona mamma ed una moglie affettuosa.

I suoi figli crescono sani, amati e sereni. Marco è sereno e può dedicarsi alla sua carriera in una multinazionale farmaceutica.

Oggi Giovanna ha 48 anni. I suoi figli sono grandi. Francesco è andato a vivere da solo in un piccolo appartamentino in centro, ha preso in gestione un piccolo locale e si fidanza “spesso”, godendosi la vita e la sua gioventù. I gemelli si stanno laureando in un’università in Inghilterra, facendo una bellissima esperienza con altri giovani di tante nazionalità. Giovanna è molto orgogliosa di quanto ha costruito con suo marito in quella famiglia così completa ed unita.

Una mattina si alza, prepara il suo caffè e comincia a sentire un piccolo senso di vuoto nella sua pancia. Si guarda intorno e vede suo marito, distratto ed assorto nel suo tablet. Prova ad intavolare con lui una conversazione su qualcosa, ma ritornano monosillabi e risposte evasive fino a che Marco la saluta ed esce di casa. Giovanna è sola. Sa che questa giornata sarà uguale a quella di ieri e molto simile a quella di domani. Si sente svuotata, lo specchio le restituisce un’immagine così diversa da quella che avrebbe voluto. E’ spenta, stanca ed i suoi occhi non hanno più quel bagliore che aveva fatto innamorare suo marito e che, soprattutto, la facevano apparire così vitale.

Cosa succede? Dove è andata a finire la Giovanna che adorava destreggiarsi tra provette e microscopi? Ha donato tutta la sua gioventù, le sue migliori energie a costruire una famiglia felice. E’ orgogliosa, ma svuotata. Quegli anni sono passati così velocemente ed ora ha già 48 anni e da qualche mese, gli sbalzi di umore, le caldane ed ognuno dei sintomi tipici di un conclamato climaterio. I giorni passano, al Natale segue la Pasqua, le vacanze al mare nella solita villetta al mare, prima di un nuovo Natale.

Da dove ripartire? Come Giovanna può ricominciare ad essere soddisfatta della sua vita? Quasi non ricorda più cosa la rendeva entusiasta, cosa la faceva ridere e l’appassionava. Si lascia vivere giorno dopo giorno, vedendo suo marito sempre più lontano e meno riconoscente verso chi ha sacrificato la sua vita per la famiglia ed il loro benessere.

Improvvisamente ripensa alla sua mamma e ricorda quel giorno in cui ha intravisto quello stesso lampo di buio nei suoi occhi. Cosa si era domandata? Poco, ad esser oneste, molto poco. La sua era un’ottima madre e questo le bastava. Vederla lì, presente e sempre affettuosa e disponibile era quanto voleva vedere della sua mamma. Fino a che non l’aveva lasciata, pochissimi mesi fa.

Ora si sente sola, ma soprattutto incompiuta. Cosa c’è che non va? In fondo l’intera umanità ha funzionato così fino a ieri. Non lo capisce, ma sa che ogni giorno si alza e si sente meno soddisfatta e realizzata… Comincia a curarsi di meno, toglie il pigiama per indossare una tuta e ripete lo stesso gesto all’inverso la sera. La sua infelicità è palese ma incomprensibile ai più, ed a lei stessa… Suo marito comincia a somigliare più ad un coinquilino, ed entrambi smettono di investire nel loro rapporto matrimoniale. Cosa rimane? Da dove ricominciare?

  • Storia vera – nomi di fantasia

 

 

 

 

 

 

 

Le donne perdono

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Ho studiato ingegneria. Ho lavorato 13 anni nel metalmeccanico, per lo più nell’area produttiva. Quasi 20 anni a contatto col mondo maschile, per sentire che avvertivo costantemente un disagio di fondo che non sapevo spiegarmi. Distaccarmi da quell’ambiente mi ha restituito una nitidezza nello sguardo che ora mi fa capire cosa generava quel disagio.

Ero a disagio perchè avevo punti di riferimento sbagliati.

Nel mondo aziendale, almeno in quello che io ho vissuto, le dinamiche di carriera, le interrelazioni tra i colleghi, i sistemi meritocratici facevano riferimento ad un unico ed uniformato sistema di riferimento: la dinamica maschile. Solo e semplicemente perché l’unico modello esistente.

Il successo aziendale è quello che segue le regole maschili. Presenzialismo, disponibilità, leadership dominante, dedizione totale ed identificazione nel ruolo. Davanti a questo modello le donne non hanno lavorato per crearne uno di uguale efficacia, ma nuovo, diverso da quello maschile.

Hanno fatto la cosa più facile. Si sono adeguate al modello maschile confrontandosi con esso e risultando spesso perdenti. Le specificità di una donna, le sue inclinazioni, i suoi talenti, ma anche i bisogni, le aspirazioni, sono altro da quelli maschili.

Finchè una donna a lavoro sarà valutata sulla base dei valori maschili, beh… non ci sarà battaglia. Anche le donne che riescono, nei contesti aziendali a fare carriera, lo fanno spesso cedendo a basso prezzo le proprie migliori qualità di accoglienza, creatività, complicità e sorellanza. Assumono atteggiamenti virili, a volte diventano più feroci ed aggressive dei loro colleghi, miopi dei bisogni altrui ed attente nel difendere il personale, piccolo orticello. Così anche la donna che fa carriera perde. E riuscirà a quantificare il proprio successo solo sulla base di quanto guadagna o quanti colleghi ha surclassato nella sua ascesa.

Abbiamo bisogno di nuovi riferimenti. di crearne di nuovi ed alternativi. E di farlo con le qualità e le caratteristiche più in linea con le peculiarità femminili. Solo così le donne potranno competere. In tutti gli altri casi, il prezzo del successo è e rimane troppo alto.

Ma per fare questo occorre un cambio culturale anche ai vertici che è oltremodo urgente. Una rivoluzione culturale ed una crescita antropologica che forse solo il tempo e qualche esempio illuminato ci potranno regalare.

Io lo attendo e lo auspico…