LA FIDUCIA NEL PROSSIMO

“Mi fido di tutti. Non mi fido del diavolo dentro di loro.”
(Troy Kennedy-Martin)

fiducia

Ormai sono parecchi giorni che mi chiedo se aver scelto per il mio futuro lavorativo, di credere nel mio prossimo, al punto da fondare un’impresa sociale, sarà una scelta che mi ripagherà, o mi porterà alla delusione più completa.

Anche nei momenti peggiori, ho sempre creduto che la prevaricazione, l’opportunismo, la falsità fossero eccezioni, fossero quel diavolo nel cuore del prossimo. Ma che il mondo, poi, avesse voglia di vicinanza, serenità, sostegno e supporto.

Ultimamente ho paura di dover prendere atto che non sia così, che non sia l’eccezione. Ma la regola. Che l’egoismo, il centrare il mondo sui propri bisogno, la ricerca del vantaggio a dispetto del prossimo sia comune alla maggior parte dell’umanità.

Ed allora quale dovrebbe esser la soluzione? Diffidare, sempre. Attaccare, per primi, Essere disponibili, mai. Adeguarsi, insomma.

E per chi, come me, non ha mai saputo farlo? Imparare. In fretta, per non esser calpestati dal prossimo.

Mi sono resa improvvisamente conto che il mondo del lavoro dipendente mi aveva sempre “protetta” da una realtà ancora più triste ed aberrante di quella che c’è all’interno del contesto aziendale. Mi è stato detto che devo cambiare. Che devo imparare a diffidare degli altri. Cominciare ad usare il mio prossimo. E soprattutto, capire ed individuare chi cerca di usarmi, di manipolarmi, di avvantaggiarsi a scapito della mia persona, e chiuderlo fuori dalla mia vita.

Come si fa a cambiare e diventare cosi, mentre si stà investendo ogni forza, entusiasmo ed euro in un’impresa che ha lo scopo di aiutare il prossimo?

Io non credo che riuscirò a cambiare. Ma credo che proprio per questo sarò soggetta ancora a mille e mille delusioni. Crescerò, cambierò? Può darsi. Sarà un bene? Chissà!

Per il momento ho solo tanta tristezza dentro. Una tristezza che mi svuota l’anima.

L’ATTESA DELLA FELICITA’

“Se si costruisse la casa della felicità, la stanza più grande sarebbe la sala d’attesa.”
Jules Renard

L’esperienza mi ha insegnato che esistono veramente due tipi di attesa. Una che amo, una che odio.

sognareL’attesa che amo è quella di un evento felice, previsto, sognato, immaginato. Godere dei momenti in cui semplicemente mi prefiguro la felicità, la gioia che ne verrà, sono momenti di pura gioia in se stessa. Ho imparato a godermi l’impazienza, la speranza, il cuore che trema, persino la paura che qualcosa vada male. Perché quelle emozioni sono quelle che mi mancheranno dopo, quando l’evento sarà avvenuto e sarà un bel ricordo (si spera!). Quando questo mi accade, provo a concentrarmi sull’attimo presente, provo a vivere col massimo dell’intensità il momento, a bloccarlo nella mia testa, fissando intensamente tutte le emozioni che sto sentendo. Quest’attesa, a mio parere, è parte integrante dell’evento che sta per succedere.

Poi esiste un’attesa che odio. guardare la pioggia

E’ l’attesa passiva che “qualcosa accada”, quella dell’inattività, della paura che blocca ad agire, dello stand by che può durare poco o tanto, ma è sempre inutile. In quei momenti, quando non si agisce ora, ma si rimanda, ci si costruisce un alibi, più o meno convincente, ma pur sempre un alibi.

“in questo momento non ci sono le condizioni migliori”, “Sicuramente domani troverò la determinazione giusta”, “c’è la crisi, meglio evitare”, “magari non ho considerato tutti gli aspetti”.

Quando si ha chiaro, dentro il proprio cuore, cosa è giusto e cosa è sbagliato, attendere significa solo sprecare vita. Per questo motivo, l’attesa di qualcosa che dipende solo da noi, ma si porta fuori da noi, è un’attesa che odio.

Io vivo quotidianamente tutte e due le attese, come tutti. Ma ho imparato ad essere forte ed impietosa con me stessa. Cercando di sfuggire gli alibi, ridendo di me stessa quando provo a costruirmene. Questo è il frutto di un lavoro di conoscenza e crescita che non si ferma, ma che continua, giorno dopo giorno. Ma saperlo riconoscere, credo sia già un bel traguardo.

LA SEDE DI RICOMINCIO DA ME

“Chi vuole avere la frutta, deve arrampicarsi sull’albero”

Thomas Fuller

palazzo

C’è stato un momento in cui ho dubitato della mia capacità di affittare uno studio. Poi ho capito che è proprio il mercato immobiliare che si è complicato!

Sapevo che doveva essere Milano. Perché occorreva partire dalla città italiana che, in questo momento, stà scommettendo di più su se stessa. E Milano lo stà facendo, grazie all’occasione dell’EXPO. Un fermento grande agita la città ed i milanesi. Sentirsi al centro dell’attenzione, li inorgoglisce (come dovrebbe inorgoglire l’intera Italia) e li fà sentire finalmente parte del mondo. La globalizzazione, ma quella positiva, costruttiva e di condivisione.

E Milano è una città europea, vitale, vissuta, che stà facendo anche lo sforzo di diventare una città più verde e vivibile.

Ho speso sei mesi a cercare e negoziare la sede giusta per “Ricomincio da Me”. Ne ho viste tantissime. Ma cercavo, oltre che la zona giusta di Milano, anche il buon rapporto qualità/prezzo, dovuto in tutte le iniziative che stanno nascendo e, pertanto, non sostenute se non da risparmi personali, vanno curate con attenzione anche da questo punto di vista.

La sede che alla fine ho scelto, è situata in un luogo particolare. Molto particolare, a mio parere.

Immersa nella zona universitaria di Milano, città Studi, una zona piena di giovani, di potenzialità che lavorano per esser messe in atto. Un quartiere, che rappresenta quindi, la forza costruttrice del domani, fatta di talenti, di studio, di fatica, ma anche di risultati, di soddisfazioni e di speranze.

Ed è difronte all’istituto nazionale dei Tumori di Milano. All’inizio ero scettica davanti a quest’evenienza. Ma poi ho capito che non poteva esserci location migliore. Come se questo, fosse il segno del destino. Perché per ricominciare da se stesse, occorre avere fiducia e speranza in un futuro migliore. In un futuro che, soprattutto, ci sarà. E allora quale posto, a Milano, può esser più pieno di speranza di un ospedale oncologico? Dove si studia, si lotta e spesso si vince, il nemico forse più temuto che al giorno d’oggi abbiamo.

Io ho vissuto l’esperienza di leggere un mio referto medico con su scritte le terribili parole “neoplasia al pancreas”. So cosa si possa provare quando realizzi, all’improvviso, di non essere “immortale” come avevi creduto di poter essere, solo perché giovane, ed innamorata della vita. E so quanta gratitudine si possa provare nei confronti della vita, quando si può pensare a questo, come a qualcosa che appartiene al passato.

E allora “Ricomincio da Me” avrà la sede più giusta. Perché sia di monito a chi si distrugge da sola l’esistenza, richiudendosi da sola in gabbie sempre più asfissianti. O ricercando la propria felicità nell’apparire, nell’avere e non nel vivere, nell’essere. E, perché no, per quelle Donne che hanno, purtroppo, vissuto la tragedia di vedere la propria vita vacillare (come è successo a me) ed hanno trovato la forza per combattere e vincere la battaglia più difficile.

Venerdì scorso, dunque, pur senza alcuna busta paga, o fidejussione, sono riuscita a convincere la proprietà di questo studio di quanto di buono e sano ci poteva essere in quest’idea. Per ora è un’idea. Che coinvolge molte altre meravigliose professioniste e Donne.

Ma dal 1 maggio, quest’idea ha anche un posto dove esprimersi e vivere. E questo mi rende orgogliosa.

Ho lottato e sofferto per arrivarci. Ma come diceva Fuller, non ci sono vertigini che tengano, quando si spera di godere dei frutti più dolci e succosi del mondo. No? 😉

Le cose nuove

C’è sempre un’emozione particolare nell’aprire una cosa nuova. Quando compriamo un abito, o un libro, o un qualsiasi oggetto e ce lo rimiriamo per le prime volte, cercando di trarre una soddisfazione da quel senso di scoperta, di non ancora violato, di non famigliare che possiede solo il nuovo. Pur sapendo che saremo altrettanto grati, poi, a quell’oggetto, quando ci sarà noto, quando sapremo riconoscerne i dettagli, prima di toccarli. Ci sembrerà famigliare, imbatterci in esso. Quasi rassicurante. Sarà nostro. Un’estensione di noi.

Ecco, io ora, mentre scrivo, ho questa sensazione. Unita alla speranza che un blog più personale, che sia più il “mio blog” possa interessare chi legge.

Chi ha letto “menocentogiorni” sa che la mia vita ha preso le direzioni più varie, più diverse, anche le più sbagliate (col senno di poi, facile dirlo, no?). A volte mi sono fatta condizionare da chi pensavo ne sapesse più di me. Molte troppe volte ho sbagliato mettendo davanti al cuore, la testa. Molte altre ho ugualmente sbagliato, mettendo il cuore davanti a tutto. Fino a diventare cieca delle evidenze che non volevo in alcun modo accettare.

Ma sempre, in ogni caso, mi sono assunta la responsabilità di quanto ho scelto. E questo è un motivo di grande orgoglio per me. Troppe persone ho conosciuto incapaci di farlo. E le ho trovate puerili. Irrisolte.

“La coerenza è l’ultimo rifugio di chi ha poca immaginazione”, diceva Oscar Wilde.

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Non confondiamo mai, la coerenza con l’integrità. Essere coerenti significa non cambiare idea. Ma le idee sono foglie al vento. Vivono nell’ambiente in cui nascono e ne sono figlie. L’integrità è altro. Viene dalla profonda essenza, Dal nostro più profondo essere e sentire.

Elena dunque, è integra, ma non coerente. Mi spiace… ma è così! 🙂

Ricominciamo con questo blog. Come un nuovo inizio. Ma spero di portare con me chi mi ha seguito su menocentogiorni. E magari qualche amico in più… che ne dite? Vi pare una buona idea?

Se sì, buona lettura!

La felicità non è la meta del viaggio. La felicità è il viaggio.