Archivi tag: ElenaElia

Le cose che ho capito

I due giorni più importanti della vita sono quello in cui sei nato e quello in cui capisci perché.
(Mark Twain)

aaaaa

Accetto di aver capito molte delle cose importanti di me stessa e della vita.

Mi chiedo che punto é questo, esattamente ? Ci sono persone che raggiungono questo traguardo dopo aver speso la maggior parte del «loro » tempo ed altre, più fortunate, che ci arrivano molto presto, perché hanno la fortuna di provenire da famiglie liberali, aperte ed illuminate.

Io ci sono arrivata ora, e questo importa.

Si cammina in un sentiero la cui lunghezza e bellezza non ci é dato di conoscere. Man mano che si avanza l’emozione della scoperta riempie ogni angolo del nostro animo. Dalle piccole cose, via via alle esperienze piu totalizzanti ed, auspicabilmente , costruttive della vita. A volte si inciampa, o si sceglie di fermarsi ed attendere, o non attendere e semplicemente godersi la pausa ; o si corre e si cerca di superare il « qui ed ora », bramosi del « là e domani ».

Ed i confini del nostro sentiero sono spesso definiti da quanto di pre-fabbricato ci é stato costruito attorno, ma piu spesso da quello a cui abbiamo scelto di credere.

Io ho camminato per un po’ nel « vicolo stretto »,cccccccc

fingendo di starci comoda, ma poi ho scelto di allargare quanto più possibile i confini di questo sentiero, dandomi tante possibilità e, con esse, tante vite diverse. Ho rinunciato al conforto dell’abitudinario , del sicuro, per sperimentare e crescere nell’esperienza. E mi sono dotata di tutti gli strumenti che potessero aiutarmi a questo scopo : parlare altre lingue, coltivare la curiosità del nuovo e l’inquietudine, dopo una pausa che si é fatta troppo lunga, che mi dà la forza di tendere la gamba e fare il primo passo per l’altrove.

E poi ho capito che le persone che ci accompagnano sul sentiero, vanno scelte. Anche li : massima libertà!

Ho capito che, anche se alla nascita ognuno di noi viene calato in un contesto famigliare coatto, con l’età adulta si puo godere della scelta delle persone che ci « possono » stare vicine. Ed avere altre sorelle e fratelli, cugini, zii e nonni. Diversi perché li scegliamo, amandoli comunque come parte di noi stessi. Perché con la stessa scelta di libertà, possiamo allontanare chi non aggiunge nulla, ma a volte toglie alla nostra vita. Col giudizio, l’invadenza , l’ignoranza, la stupidità, la mediocrità o semplicemente valori e codici diversi dai nostri.

Amando anche la solitudine ed il silenzio, come la migliore medicina per risanare ansie, paure e per recuperare energie.

E che dentro di noi , dentro ognuno di noi esiste un piccolo nucleo,

nuclfatto di un’essenza speciale ed assolutamente unica : le nostre eccellenze, le passioni , i pensieri belli e brutti che ci corrispondono più intimamente . Occorre avere il coraggio di accettare questo nucleo ; e conoscerlo ; ed amarlo nella sua unicità . Perché il grande valore di questo nocciolo é dato dal fatto che non vuole giudizio, che prescinde dagli altri e dalle loro regole, prescinde dalle condizioni oggettive in cui siamo immersi per scelta nostra o altrui.

Ed ho capito che lo scopo di ognuno di noi é quello di estendere questo nucleo. Come un big bang! Costruire la vita intorno “a nostra imagine e somiglianza”. Circondarci di cose che raccontino di noi. Scegliere il luogo dove tornare, che sia in piena risonanza con il nostro essere . Amare, riamati le persone che sappiano leggerci e che amiamo leggere, senza sforzo e solo per il desiderio di farlo .

Quando si arriva a questa consapevolezza, si ha un buon punto di partenza.

Il passo successivo é poi capire la direzione in cui andare. Spesso lasciarsi portare dal flusso, senza necessariamente fare qualcosa. O, come mi piace spesso dire, prendendo noi stessi, quasi con la forza e portandoci lontani da situazioni che ci fanno male. Ma sempre preservandoci, come si farebbe col figlio più amato.

Tutto molto semplice. Il resto: le difficoltà che affrontiamo, le persone che ci condizionano, le paure che ci tengono svegli, le costruiamo noi e ci zavorrano impedendoci di essere veramente chi siamo .

Invece, quando viviamo perseguendo queste verità : le persone arrivano, i desideri si realizzano, le occasioni non mancano e, credo, nemmeno la malattia ci tocca.

Ne ho fatto il mio mantra e la mia vita racconta di questo.

Annunci

L’evoluzione della leadership (parte III)

Un leader è migliore quando la gente sa a malapena della sua esistenza; quando la sua opera sarà compiuta, il suo obiettivo raggiunto, la gente dirà: siamo stati noi a farlo.
(Lao Tzu)

business

Nel 1999, John P. Kotter, professore emerito dell’università di Harvard  diede il primo impulso al concetto di leader positivo, definendolo come colui il cui insieme delle attitudini e comportamenti portavano i seguaci stessi a designarlo a capo del gruppo come degno di autorevolezza e guida.

Se nella leadership impositiva l’accento fondamentale era riportato sulle competenze e sul nucleo maschile del fare, in questo più recente modello, si fa strada l’importanza dell’aspetto relazionale nel contesto considerato. In situazioni di emergenza capita spesso che si vadano a distinguere leader naturali, capaci di gesti eroici e istintivamente riconosciuti dalle persone in pericolo per capacità di guida e spirito empatico.

Da Kopper sono poi scaturiti tutti i concetti di lavoro in squadra, i nuovi spazi aperti di lavoro, saggi e seminari sulla comunicazione, l’empatia ed il pensiero positivo in qualità di doti essenziali ad un manager che vuole essere leader riconosciuto.

Cosa è cambiato rispetto al modello precedente? Dal modello a nucleo essenzialmente maschile, ci si stà aprendo verso una visione più femminile del concetto di leadership. Qualità come l’ascolto e la condivisione, processi come la delega e la responsabilizzazione dei collaboratori, valori come la fiducia, l’accrescimento personale e la motivazione si fanno spazio laddove c’era un approccio esecutivo e puramente mandatario.

Anche l’ambito famigliare ha risentito di questo vento nuovo con una più equilibrata distribuzione dei compiti all’interno dell’organizzazione famigliare, una compartecipazione maschile a ruoli che prima erano prettamente femminili, un livellamento di opportunità (spesso ma non sempre), aspirazioni e competenze via via crescente man mano che sale il livello culturale e sociale della famiglia.

Il modello di leadership positivo, ovviamente risulta più “naturale” per le donne che per gli uomini in quanto si radica in caratteristiche peculiari del femminile, quali l’ascolto, l’empatia e la relazionalità.

E pur tuttavia, come spesso ho scritto in questo blog, tantissime donne nel contesto competitivo maschile, scelgono di far proprio il modello impositivo, rinnegando le loro stesse qualità, ritenendolo vincente solo perché associato ad un forte e radicato convincimento storico e culturale.

Questo significa perdere concretamente una bellissima possibilità di sviluppo organizzativo ed umanistico nei contesti lavorativi, politici, culturali e famigliari.  Ma ogni rivoluzione va costruita lentamente e con esempi di ispirazione forti ed efficaci. E forse meno di venti anni sono pochi per questo.

Continua…

Le donne perdono

ffffff

Ho studiato ingegneria. Ho lavorato 13 anni nel metalmeccanico, per lo più nell’area produttiva. Quasi 20 anni a contatto col mondo maschile, per sentire che avvertivo costantemente un disagio di fondo che non sapevo spiegarmi. Distaccarmi da quell’ambiente mi ha restituito una nitidezza nello sguardo che ora mi fa capire cosa generava quel disagio.

Ero a disagio perchè avevo punti di riferimento sbagliati.

Nel mondo aziendale, almeno in quello che io ho vissuto, le dinamiche di carriera, le interrelazioni tra i colleghi, i sistemi meritocratici facevano riferimento ad un unico ed uniformato sistema di riferimento: la dinamica maschile. Solo e semplicemente perché l’unico modello esistente.

Il successo aziendale è quello che segue le regole maschili. Presenzialismo, disponibilità, leadership dominante, dedizione totale ed identificazione nel ruolo. Davanti a questo modello le donne non hanno lavorato per crearne uno di uguale efficacia, ma nuovo, diverso da quello maschile.

Hanno fatto la cosa più facile. Si sono adeguate al modello maschile confrontandosi con esso e risultando spesso perdenti. Le specificità di una donna, le sue inclinazioni, i suoi talenti, ma anche i bisogni, le aspirazioni, sono altro da quelli maschili.

Finchè una donna a lavoro sarà valutata sulla base dei valori maschili, beh… non ci sarà battaglia. Anche le donne che riescono, nei contesti aziendali a fare carriera, lo fanno spesso cedendo a basso prezzo le proprie migliori qualità di accoglienza, creatività, complicità e sorellanza. Assumono atteggiamenti virili, a volte diventano più feroci ed aggressive dei loro colleghi, miopi dei bisogni altrui ed attente nel difendere il personale, piccolo orticello. Così anche la donna che fa carriera perde. E riuscirà a quantificare il proprio successo solo sulla base di quanto guadagna o quanti colleghi ha surclassato nella sua ascesa.

Abbiamo bisogno di nuovi riferimenti. di crearne di nuovi ed alternativi. E di farlo con le qualità e le caratteristiche più in linea con le peculiarità femminili. Solo così le donne potranno competere. In tutti gli altri casi, il prezzo del successo è e rimane troppo alto.

Ma per fare questo occorre un cambio culturale anche ai vertici che è oltremodo urgente. Una rivoluzione culturale ed una crescita antropologica che forse solo il tempo e qualche esempio illuminato ci potranno regalare.

Io lo attendo e lo auspico…

 

 

 

Un anno di blog

un anno

La mia avventura con il mondo del blog è iniziata esattamente un anno fa.

Ho cominciato con Menocentogiorni, un conto alla rovescia di riflessioni verso la Primavera, che doveva essere una Primavera anche simbolica, come rinascita a nuova, “seconda” vita: lo sbocciare di “Ricomincio da Me”.

In questi due blog sono stati condivisi pensieri, a volte malinconici, a volte più euforici e positivi di una donna che crede e persegue le sue idee, finché ritenute giuste e difendibili.

Ma tutti i pensieri, le idee poi evolvono, cambiano, si adattano ai contesti, alle situazioni, a volte si arricchiscono, altre si alleggeriscono, e così anche l’idea che avevo di questa associazione un anno fà, oggi ha avuto il suo percorso, e via via sta cambiando.

A questo hanno contribuito tantissime persone, a volte in maniera costruttiva, altre distruttiva;  situazioni, avversità ed opportunità; scelte ed errori, energia pulita e fluida come acqua e blocchi duri e neri come roccia. E come in un percorso di crescita personale, non esiste una meta, un punto di arrivo. Esiste il percorso, con le sue tappe, con i suoi momenti di sosta, in cui si guarda indietro, alla strada percorsa, e si cerca di intravedere l’orizzonte, più o meno nitido davanti a noi. Ma intanto si ha la consapevolezza del cambiamento, dell’evoluzione.

Quante volte in questo anno ho avuto dubbi, la paura che l’ulteriore ostacolo mi avrebbe demotivata e fatto mollare definitivamente! Ma poi accanto si è sempre palesata quell’amica, o la collega, o l’amico che mi sosteneva e che anche solo, a volte, con una battuta, sapeva infondere nuovo slancio per il passo successivo.

Oggi non so dove mi condurrà questo percorso. Non so se il valore che ho cercato di trasmettere in questo anno è arrivato, ugualmente, a tutte le persone che hanno avuto occasione di leggere queste righe.

Ma so che io sono una persona molto diversa da quella che ero un anno fa. Spero che almeno questo possa servire a chi ha il desiderio di cambiare la propria vita.

Cambiamento

Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa soprattutto avere l’intelligenza di saperle distinguere.

San Tommaso Moro

cambio

“Cambiare”: questa parola nella maggior parte della mia vita ha significato tanto. Cambiare per non accontentarsi, cambiare per tendere al meglio, cambiare per rimettersi in gioco, cambiare per provare al mondo, ma soprattutto a me stessa, che lo potevo fare.

Cambiamento, quindi, inteso soprattutto nel senso di “tensione al miglioramento”, vero o presunto che il senno di poi abbia rivelato.

Ogni volta ho sfidato me stessa per uscire un po’ di più dalla mia calda ed accogliente zona di comfort, con l’unica speranza di crescere e diventare ogni giorno un po’ migliore del giorno prima.

Ma non mi è bastato apportare il cambiamento a me stessa. Alla mia vita. Cambiando città, amori, lavori, amicizie, contesti, sfide e materie.

Ho creduto di poter indurre il cambiamento, inteso davvero come miglioramento, come accrescimento di valore, anche nei contesti lavorativi vissuti e così ho sviluppato ed accresciuto le mie competenze nella gestione Qualità aziendale. Mi sembrava una scelta coerente al mio modo di essere e di interpretare la vita.

Qualità in un buon processo produttivo, riducendo per esempio gli scarti di produzione e contribuendo ad irrobustire i processi di controllo. Qualità di prodotto, per garantire un  prodotto in linea con le aspettative di chi lo comprerà. Qualità nei rapporti di fornitura o nelle relazioni all’interno delle organizzazioni, mediante la diffusione di una leadership positiva e costruttiva, e mai arrogante e mandataria.

Il passaggio dalla Qualità in un’azienda, alla qualità intesa come corrispondenza del vissuto ai valori intrinseci e profondi delle persone è stato quasi naturale. Vivere secondo i reali bisogni, mettendo in atto le proprie potenzialità migliori, coltivando i propri talenti. Cosa ci poteva essere di più bello e giusto, che promuovere nelle persone questo tipo di cambiamento?

Ho commesso un errore che San Tommaso Moro, attribuirebbe all’intelligenza. Non ho tenuto conto che niente cambia, che non chieda di cambiare.
Non si porta Qualità in un’azienda che non decida per un profondo cambiamento culturale. Nemmeno se apparentemente lo richiede ad un manager ben pagato.

Non si crea auto-realizzazione in una persona che non sente di voler realizzarsi, ma che si fà solo affascinare da idee probabilmente alternative.

E’ tutto li!

Viviamo in un paese assuefatto al malcostume, vittima della sua stessa arte di arrangiarsi, incapace di una visione pulita e veramente libera verso il futuro, debole nella difesa dei suoi valori storici e delle sue credenze più antiche, incapace di guardare con creatività ed apertura ai cambiamenti che velocemente stanno sopraggiungendo.

E siamo vittime di un sistema di comunicazione che ci indirizza ad una felicità fatta di splendidi ed accoglienti compensativi, cibo, strutture turistiche, centri benessere, trasmissioni televisive avvilenti e sesso a buon mercato.

Desiderare il cambiamento su me stessa è stato facile. Conseguirlo più impegnativo, ma è dipeso solo da me. Io ho ricominciato da me stessa con le forze che avevo.

Auspicarlo per tutto quanto mi circonda, forse, utopistico, quanto meno se sono la sola a volerlo, in un mondo che non ne sente il vero ed effettivo bisogno.

Allenerò dunque, San Tommaso docet, la mia pazienza ad accettarlo…  non credo ci sia altro da fare.

Elena